Nucleare turco

Daniele Raineri

Roma. Parliamo di quanto è manipolabile l’opinione pubblica e facciamo un esempio molto chiaro: i rapporti fra Turchia e Russia. Due giorni fa il presidente russo Vladimir Putin e il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, si sono incontrati ad Ankara per parlare del futuro della Siria (c’era anche l’Iran).

 

A margine dell’incontro il russo e il turco hanno inaugurato i lavori per la costruzione della prima centrale nucleare della Turchia ad Akkuyu, sulla costa sud. Si tratta della singola opera più costosa mai realizzata nel paese, circa diciassette miliardi di euro, ed è un record ancora più significativo se si considera che in questi anni Erdogan ha deciso la costruzione di molte infrastrutture strategiche per modernizzare la Turchia. I lavori sono stati affidati a un consorzio guidato dal gigante statale russo Rosatom – che è come dire: al governo della Russia. Erdogan e Putin si sono collegati assieme in video al sito del cantiere e hanno detto che la centrale sarà completata entro il 2023 e che sarà costruita “con le soluzioni tecnologiche più avanzate, come quelle usate in Russia”. Se seguite le notizie che arrivano dal medio oriente, ricorderete cosa accadde meno di due anni e mezzo fa, il 24 novembre del 2015. Due caccia turchi intercettarono un bombardiere russo in missione in Siria che continuava a eseguire piccoli sconfinamenti in Turchia – per innervosire l’esercito turco, allora considerato un rivale – e lo abbatterono senza pietà. I due piloti russi si lanciarono con il paracadute ma uno fu raggiunto dai ribelli siriani e ucciso. L’altro fu recuperato da una missione di salvataggio che però non fu un successo, perché quando uno dei due elicotteri russi impegnati si posò in una radura per consentire alle forze speciali di sbarcare fu centrato da un missile controcarro sparato dai ribelli siriani – appartenenti a un gruppo sponsorizzato dai turchi. Quel giorno costò al contingente russo schierato in Siria due piloti, un aereo, un elicottero e la perdita dell’alone di invulnerabilità. Una settimana dopo, il 2 dicembre, il ministero della Difesa russo convocò una conferenza stampa aperta a tutti i giornalisti stranieri a Mosca – c’erano anche gli addetti militari delle ambasciate, italiani inclusi – per lanciare accuse micidiali contro Erdogan: lui e la sua famiglia – disse il viceministro russo della Difesa Anatoly Antonov – sono in combutta con lo Stato islamico. Comprano tutto il petrolio preso dai terroristi in Iraq e in Siria attraverso il confine e in cambio mandano armi. “Sono direttamente coinvolti in questa impresa criminale. E’ una vergogna che l’occidente faccia finta di nulla”. E ancora: “Che meravigliosa famiglia d’affari! Il cinismo della leadership turca non conosce limiti”. La conferenza stampa proseguì tutta su questo tenore mentre il vicecapo di stato maggiore russo Sergei Rudskoi commentava foto satellitari che dovevano confermare il fatto che il presidente turco manteneva il gruppo terroristico più pericoloso del pianeta – e usava come intermediario per questo traffico il figlio Bilal.

 

L’anno seguente, tuttavia, la Russia trovò molto vantaggioso fare alcuni accordi militari sottobanco con la Turchia. Da quel momento si registrò un prodigioso revirement, tanto per usare una parole francese che rende tutto più elegante. La propaganda anti turca svanì come per incanto dai canali russi. Oggi sono passati 29 mesi da quella conferenza stampa e – come se non fosse mai accaduta – Putin appare in video mentre dà la tecnologia nucleare all’uomo che i suoi ministri ci avevano descritto come il ministro del Petrolio dello Stato islamico. E nessuno ci trova nulla di strano.

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