I fallimenti del liberalismo

Mattia Ferraresi

New York. Sono più di dieci anni che Patrick Deneen squaderna le sue tesi sull’insostenibilità dell’ideologia liberale e sulle patologie autoimmuni che la minano in saggi accademici e articoli divulgativi, roba forte e appassionante per specialisti e generalisti lungimiranti, ma che non trainava esattamente il dibattito politico e culturale dell’occidente al di fuori delle mura dell’Università di Notre Dame. A gennaio, però, Deneen ha raccolto le sue argomentazioni già ben rodate in un agile libro edito dalla Yale University Press, intitolato Why Liberalism Failed, e improvvisamente la trovata per cui il liberalismo è in crisi proprio perché ha avuto successo – paradosso che svela gli errori e i limiti scritti nelle sue premesse – è uscito dalle catacombe della riflessione conservatrice ed è diventata mainstream. Sullo sfondo dell’affermazione di Donald Trump, della Brexit e del pessimo stato dei partiti di ispirazione liberale su entrambe le sponde dell’oceano, le persone hanno preso ad afferrare alcune idee su cui l’autore martella da tempo.

 

La falsa neutralità del liberalismo – che si presenta come postura naturale dell’umanità civilizzata mentre è un’ideologia – l’antropologia radicalmente individualista e autodeterminata su cui si poggia, l’insostenibilità di un sistema che non ammette alcuna dimensione dell’esistenza al di là di quelle che può controllare, la concezione puramente negativa di una libertà che riduce l’uomo a soggetto senza tradizione né relazioni, armato della sola, titanica capacità di scegliere. I grandi giornali hanno dovuto prendere sul serio la tesi di un professore rispettato ma confinato nella compagine conservatrice. Fra recensioni, editoriali e articoli di cultura, il New York Times ha dedicato cinque articoli a Why Liberalism Failed. Al Foglio Deneen spiega che il motivo del caso editoriale è che “il libro offre alcune ragioni del crescente malcontento popolare in America e in Europa verso l’allineamento politico consolidato attorno all’assetto liberale. Alle ultime elezioni americane abbiamo visto questo cambio epocale in tutta la sua forza, e non mi riferisco solo alla vittoria di Trump: la sconfitta di Hillary Clinton e di tutto ciò che rappresentava è stata un segno chiaro di un sommovimento profondo, che ha a che fare con la visione antropologica che la politica liberale mette al centro della scena. Le elezioni in molti paesi d’Europa, e specialmente in Italia, hanno mostrato la crisi profonda del centro politico e delle compagini liberali. Le mie idee non sono cambiate, quello che è cambiato è il contesto”.

 

C’è un elemento generazionale forte nella svolta scettica verso il liberalismo. Yascha Mounk nel suo libro The People Vs. Democracy, altro caso editoriale intorno al tema del deconsolidamento della democrazia liberale, ha offerto la diagnosi più accurata della disaffezione dei millennial verso l’ordine liberale: “I millennial – dice Deneen – sono più coscienti dei limiti del liberalismo perché sono cresciuti nel clima della ‘fine della storia’, non hanno sperimentato un mondo minacciato da un’idea competitiva rispetto a quella liberale. La funzione di argine al marxismo ha contribuito alla mitizzazione del liberalismo, mentre ora siamo nella fase in cui il mito viene sfatato. I millennial sono i protagonisti di questa demitizzazione”.

 

Il libro, spiega l’autore, è stato “una specie di test di Rorschach in cui ognuno ha visto le idee con cui era d’accordo. I populisti di sinistra vi hanno visto la critica al capitalismo individualista, i nazionalisti ci hanno trovato l’attacco alla mentalità cosmopolita che teorizza un uomo senza legami e radici. Tutto questo è presente nelle mie tesi, è vero, ma è parte di una critica più ampia alla concezione antropologica promossa dal liberalismo. La radicale autonomia di un soggetto che si autodetermina ed è in grado di compiersi è la questione cruciale che sta alla base del fallimento liberale, e non è facile che la discussione stia al livello delle premesse assunte come implicite”.

 

Andrew Sullivan sul New York Magazine ha paragonato la critica di Deneen all’ottimismo positivista espresso da Steven Pinker nel suo Enlightenment Now, e ne ha concluso che “entrambi hanno ragione, ma Deneen è più profondo”. Pinker, cantore del progresso umano e capofila di quelli che dicono che statisticamente l’uomo di oggi non avrebbe di che lamentarsi. “Il problema di Pinker è nelle premesse: lui scrive per dire ‘non dovreste essere infelici, ecco i numeri che lo dimostrano’, il problema è che la felicità non è misurabile con gli standard di Pinker, che concepisce l’uomo fondamentalmente come un consumatore in cerca di benessere. Non parla del desiderio infinito che è impresso nella natura umana, non parla delle relazioni, aspetto fondamentale della realizzazione umana ma non misurabile con gli strumenti positivisti”. Da queste idee pinkeriane deriva, secondo Deneen, la falsa idea che il riflusso del liberalismo possa essere corretto rinfrescandone l’origine, ritornando a Locke e Mill, rispolverando i classici apparentemente traditi del pensiero liberale: “E’ assurdo pensare che il problema sia la soluzione”.

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