I piagnoni dello Stato islamico

Daniele Raineri

Roma. L’Associated Press ha raggiunto e intervistato due dei cosiddetti “Beatles”, i carcerieri-torturatori-carnefici dello Stato islamico che decapitavano i reporter e gli operatori umanitari occidentali rapiti in Siria. Erano chiamati Beatles dai loro ostaggi per l’accento inglese – tutti e quattro arrivavano da Londra – erano guidati da “Jihadi John”, che fu ucciso da un drone a Raqqa nel novembre 2015, e filmavano le decapitazioni a intervalli regolari per creare una pressione psicologica enorme e ricattatoria sui governi occidentali. Erano il simbolo dei volontari che lasciavano le città europee per sciamare in Iraq e in Siria, affascinati dalle prediche dello Stato islamico. Oggi, dopo due mesi di prigionia nelle mani dei curdi nel nord della Siria dove ammettono di essere trattati molto bene e possono giocare e frequentare lezioni insieme con gli altri prigionieri, i due ex Beatles El Shafee Elsheikh e Alexanda Amon Kotey parlano e le loro risposte farebbero gridare di orrore gli ideologi dello Stato islamico che li hanno indottrinati. I due sono disperati perché il Regno Unito li ha privati della cittadinanza inglese. Ma come, chiedono, lo stato ha il diritto di fare una cosa simile? Può davvero revocare la cittadinanza? Eppure, protesta Kotey, “io sono nato nel Regno Unito, mia madre è nata nel Regno Unito. Ho una figlia là nel Regno Unito… probabilmente non ho mai lasciato il Regno Unito più di tre mesi, prima di venire in Siria”. Interessante, no?

 

Credevamo, dopo avere ascoltato gli infiniti sermoni postati su internet, che lo Stato islamico fosse basato sull’idea che i confini tra stati sono convenzioni artificiali create dall’uomo e che devono essere abbattuti in nome dell’unico Califfato globale. E invece Kotey è attaccatissimo all’idea di essere un cittadino di Sua Maestà. “Senza la cittadinanza”, dice il fanatico che ha partecipato alla tortura e all’uccisione di almeno sette ostaggi, “se un giorno scomparissimo nel nulla dove potrebbe andare mia madre a chiedere dov’è suo figlio?”. I due inoltre lamentano il fatto che finora l’America e il Regno Unito non hanno rispettato le leggi sul giusto processo: “Valgono sempre oppure soltanto quando vanno bene a loro?”. E’ una domanda che suona come un autogol disastroso, pronunciata da chi si è arruolato nello Stato islamico precisamente per l’idea che le leggi umane sono un abominio perché pretendono di sostituirsi all’unica vera legge – che è la legge islamica nell’interpretazione del loro gruppo. Dopo più di mille video prodotti dallo Stato islamico per battere su questo concetto, che è necessario sconfiggere gli infedeli perché preferiscono le loro leggi a quella di Dio, Kotey vuole un giusto processo. Anzi, vuole essere giudicato dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, in Olanda. “Quella sarebbe la soluzione più equa”, dice. Viene davvero da chiedersi perché nessuno raccolga in video queste interviste patetiche e mostri con un montaggio alternato il prima e il dopo di questi sbruffoni, bravi a fare i sadici e a proclamare il Califfato universale con ostaggi disarmati quando sono protetti dall’anonimato e credono di essere al sicuro, e così patologicamente deboli e attaccati al passaporto europeo quando sono catturati e intervistati da giornalisti negli stessi luoghi che credevano di controllare. Sarebbe la migliore operazione culturale di dissuasione a favore dei giovani che rischiano di essere traviati e attirati dallo Stato islamico. Vedete come si finisce, sarebbe il messaggio implicito, dopo un paio di anni con addosso un passamontagna in Siria? A implorare l’estradizione e le leggi degli infedeli.

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