L'Argentina del liberale Macri vola mentre il Venezuela del populista Maduro affonda

Maurizio Stefanini

L'Argentina del calcio perde 6-1 con la Spagna, ma quella dell'economia va invece metaforicamente in rete. Secondo gli ultimi dati diffusi dal governo, nel 2017 1,9 milioni di argentini hanno cessato di essere poveri e 500.000 di essere indigenti. Contestualmente l'indice di povertà è sceso dal 30,3 al 25,7 per cento e quello di indigenza dal 6,1 al 4,8.

 

Certo, in Argentina restano ancora 11,4 milioni di poveri e 2,6 milioni di indigenti. Che sono tanti. Un problema soprattutto fra i minori di 14 anni dove la proporzione di poveri arriva al 39,7. Percentuale lontanissima dal “Povertà Zero” promesso dal presidente Mauricio Macri in campagna elettorale. Detto questo il presidente liberale, accusato di “insensibilità sociale” e per questo visto con freddezza anche dal connazionale Papa Francesco, ha per ora ottenuto risultato migliori di quelli ottenuti dalle politiche “sociali” dei populisti coniugi Kirchner (negli ultimi tre anni del kirchnerismo certe statistiche “sgradevoli” non venivano neppure registrate, un modello simile a quello del Venezuela chavista e madurista).

 

Quello dei cittadini argentini che hanno smesso di essere poveri è comunque un dato curioso ma significativo. Soprattutto in termini di confronto tra presidenti liberali e presidenti populisti che, in questo momento, guidano i paesi dell'America Latina. Se infatti Macri ha fatto uscire dalla povertà 1,9 milioni di persone, sono 1,6 milioni gli esuli che dal 2008 hanno abbandonato il Venezuela a causa dell'autoritarismo e della crisi economica. Insomma, per ogni argentino “salvato” da Macri c'è quasi un venezuelano “condannato” dal populista Maduro.

 

Ovviamente, le cifre aggregate si prestano sempre a contestazioni. Tuttavia che la situazione sociale in Argentina stia migliorando è stato attestato anche dall'Unicef. I redditi dei lavoratori informali sono aumentati del 31,5, e anche l'occupazione è aumentata, del 7,2 per cento: 685.000 nuovi posti di lavoro creati nel corso del 2017. Con il settore privato che ha fatto segnare un aumento del 10,3 per cento. Buoni, ovviamente, i dati dell'economia con il Pil che è cresciuto del 3,8 nel terzo trimestre del 2017, del 3,9 nell'ultimo e a gennaio 2018 è già al +4,1. Si prevede un secondo anno di crescita consecutiva cosa che non accadeva più dal 2010-11. Se si guarda ai singoli settori, poi, si registra un +14,3 per cento nel settore delle costruzioni, un +8,2 per agricoltura e allevamento, un +5,5 del commercio, un +5,3 dell'attività industriale, addirittura un +9 per cento di turisti stranieri che sono arrivati in Argentina. Interessante è anche il +14,6 per cento della produzione di acciaio, anche perché Macri è riuscito a ottenere da Trump l'esenzione dai nuovi dazi Usa. Solo la produzione tessile è diminuita, dell'1 per cento in un triennio.

 

L'opposizione, ancora fortemente legata ai dogmi del nazionalismo economico tipici del peronismo, obietta che la bilancia commerciale è arrivata a un livello record di 8,4 miliardi di dollari. È' vero, l'export è aumentato del 19 per cento nel 2017, e dell'11 su dati di marzo mentre l'import è aumentato del 32 per cento. Ma c'è anche chi fa notare che è stato proprio l'abbandono dell'ossessivo protezionismo dell'era kirchnerista a rimettere l'economia in moto.

 

Nel contempo, lo scorso settembre, Macri ha anche aumentato le pensioni e gli assegni familiari. Il salario minimo è stato aumentato, e 2 milioni di pensionati hanno ottenuto prestiti a condizioni molto convenienti attraverso la carta “Argenta”. Contestato a sinistra e dai peronisti con grandi proteste di piazza per la sua riforma pensionistica e per gli aumenti tariffari, Macri con questo tipo di redistribuzionismo fa arricciare il naso di molti puristi dell'ortodossia economica secondo i quali se non si fa più thatcheriano non si riuscirà mai a uscire definitivamente dal pantano di sottosviluppo in cui l'Argentina, dopo essere stata all'inizio del '900 la sesta economia del mondo, si dibatte da decenni. Macri ha sempre detto che lui preferisce il pragmatismo agli approcci ideologici di qualunque tipo e, per ora, si limita ad annotare il successo. Successo sul quale, secondo molti analisti, cercherà di costruire la sua campagna per la rielezione, nel 2019.

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