L'esodo biblico dal Venezuela all'Europa che il M5s fa finta di non vedere

Redazione

L'Europa è diventata una delle principali destinazioni degli esuli venezuelani in fuga dal regime socialista di Nicolás Maduro che in questi anni ha prodotto una crisi della democrazia e dell'economia del paese. Quasi il 90 per cento della popolazione vive oggi al di sotto della soglia di povertà e negli ultimi due anni circa un milione di persone sono state costrette ad abbandonare il Venezuela.

  

Il grande esodo, in realtà, dura ormai da quasi 20 anni, da quando nel 1999 il predecessore di Maduro, Hugo Chávez, divenne presidente. Ma se all'epoca erano soprattutto gli appartenenti alle classi più agiate a partire, oggi il fenomeno coinvolge i lavoratori più poveri e i disoccupati, che raggiungono gli altri paesi dell'America del sud e l'Europa, il più delle volte senza documenti e senza denaro. Un fenomeno che è andato via via peggiorando a partire dalla seconda metà del 2017, quando le condizioni dell'economia venezuelana sono peggiorate ulteriormente, con un'inflazione al 13mila per cento e una disoccupazione del 30 per cento. Negli ultimi mesi di proteste contro il regime e scontri violenti con la polizia e l'esercito, circa un centinaio di persone sono morte e oltre 1.500 sono rimaste ferite. La gran parte della popolazione ha difficoltà a reperire cibo, acqua e medicinali, mentre il peso medio di un venezuelano, solo nell'ultimo anno, è diminuito di 11 chili. Di recente Maduro ha anche introdotto sistemi di controllo della popolazione come quelli che si avvalgono delle nuovissime carte d'identità magnetiche. Lo scopo del regime è quello di verificare le attività dei cittadini monitorando se il proprietario sia andato a votare alle passate elezioni e in base a questo assegnare o meno delle scorte di cibo e acqua. Il Carnet de la Patria, così si chiama, è diventato un sistema di repressione e minaccia che si avvale di una tecnologia sviluppata dal gigante tech cinese ZTE, per cui Maduro, malgrado la crisi, non ha badato a spese.

  

 

"I livelli che abbiamo raggiunto sono comparabili a quelli della Siria o del Bangladesh", ha detto al Washington Post Tomás Páez, esperto di migrazioni all'Università centrale del Venezuela. Secondo le Nazioni Unite, sono stati 52mila i venezuelani che hanno presentato domanda d'asilo nel 2017, quasi il doppio rispetto ai 27mila del 2016. Gran parte di questi è fuggita in Spagna, dove gli arrivi lo scorso anno sono stati 10.350 (fonte Eurostat), superando così il numero totale delle richieste avanzate dai cittadini di nazionalità siriana o afgana. L'Italia (insieme al Portogallo) è il secondo paese europeo per domande di asilo (sono state 520 nel 2017). Un dato nettamente inferiore a quello dei venezuelani che chiedono aiuto ai paesi limitrofi (soprattutto in Cile, Colombia, Perù e Brasile, dove gli arrivi in massa e gli scarsi sistemi di accoglienza hanno causato un ulteriore dramma umanitario). Ma si tratta comunque di numeri significativi se si pensa che, sempre secondo l'Eurostat, in totale in Europa il numero delle richieste d'asilo da parte di cittadini venezuelani, dal 2008 al 2017, è aumentato del 155 per cento. Una crisi che alcuni partiti politici italiani, su tutti il M5s, continuano a ignorare.

 

Appena un anno fa Manlio Di Stefano, Alessandro Di Battista e altri grillini avevano presentato una risoluzione parlamentare in cui si parlava del regime autoritario di Maduro come fonte di ispirazione per il mondo occidentale e democratico. Durante la recente campagna elettorale la candidata premier di Potere al Popolo, Viola Carofalo, aveva descritto “l'esperienza venezuelana” come “la nostra principale fonte di ispirazione” (salvo poi cercare, travolta dalle polemiche, di correggere il tiro). I numeri però parlano di una realtà ben diversa, dove un regime dispotico ha causato un disastro umanitario, con decine di migliaia di persone costrette a fuggire da una terra che sembra in stato di guerra.

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