Chi è il falco Bolton, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump

Mattia Ferraresi

Con un tweet Donald Trump ha notificato la partenza del consigliere per la sicurezza nazionale, H.R. McMaster, che aveva già un piede e forse più fuori dalla Casa Bianca, e ha annunciato l’arrivo di John Bolton, che invece fuori dall’Amministrazione era stato tenuto innanzitutto per via dei “baffi da tricheco”, complemento inaccettabile per la levigata estetica trumpiana.

 

 

Era stato in origine fra i finalisti per la guida della segreteria di stato, poi per il posto di vice, infine non se c’era fatto nulla e aveva continuato nel ruolo dell’opinionista più falco di Washington. Non è stato un licenziamento traumatico come quello di Rex Tillerson, segretario di stato che ha scoperto dai social, durante una missione africana che nessun si filava, d’essere stato fatto fuori, ma la decisione finale dopo settimane di discussioni è arrivata sulla timeline del mondo in modo repentino.

 

Bolton si è ritrovato in un’intervista già programmata su Fox News a rispondere alle domande in qualità di consigliere per la sicurezza designato, e ha evitato accuratamente di prendere qualunque impegno. Per certificare una transizione ordinata, per gli standard abituali, il presidente si è prodotto in un cinguettio di tenore ufficiale: “Sono lieto di annunciare che, a partire dal 9 aprile 2018, John Bolton sarà il mio nuovo consigliere per la sicurezza nazionale. Sono molto grato al generale H.R. McMaster che ha fatto un lavoro impressionante e rimarrà sempre un amico”. Le strade di Trump e McMaster, in realtà, si dividono proprio per incompatibilità personali, non per differenze politiche. Chiamato a sostituire il disgraziato Michael Flynn, McMaster è stato il capofila della squadra degli stabilizzatori, che dovevano puntellare la Casa Bianca esposta ad ogni vento, ma dopo mesi di mediazioni e compromessi ha iniziato a dire un po’ troppi “no” al presidente. I suoi briefing erano troppo lunghi per le capacità di attenzione di Trump, i suoi suggerimenti troppo articolati. Nel tempo McMaster ha perso i suoi maggiori alleati nella West Wing e si è trovato contro al capo di gabinetto, John Kelly, un altro stabilizzatore che dopo una prima fase di studio e riordino ora s’è affezionato al ruolo (e per questo la sua posizione è in bilico).

    

La scelta di Bolton, neoconservatore della specie più rapace, è in linea con lo spostamento di Mike Pompeo dalla Cia a Foggy Bottom, dove promette di portare quell’aggressività che mancava a Tillerson, il quale nel grande schema galattico viene da Venere. Bolton, già sottosegretario di stato e controverso ambasciatore presso l’Onu nel cuore della guerra al terrore costretto alle dimissioni dopo la presa democratica del Congresso, nel 2006, è invece un esemplare di marziano particolarmente aggressivo, specialmente per quanto riguarda Iran e Corea del nord. Anche sulla Russia, con la quale Trump dice di voler migliorare le relazioni, il consigliere designato ha sempre tenuto una durissima linea critica, suggerendo a Trump di non fidarsi di Putin e degli autocrati a lui affini. “Russia, Cina, Siria, Corea del nord: una strategia per la sicurezza nazionale basata sull’idea che regimi di questo genere rispettino gli impegni è destinata al fallimento”. Giusto qualche settimana fa, prima dell’annuncio dell’incontro imminente fra Trump e Kim Jong-un, su Wall Street Journal argomentava a favore della dottrina dello strike preventivo contro Pyongyang, sulla base del fatto che il regime costituisce una “minaccia imminente” per gli Stati Uniti. Le sue conclusioni, che va propugnando ormai da decenni, si basavano nella fattispecie sulle valutazioni della Cia di Pompeo. A più riprese accreditato come candidato alla presidenza, Bolton è nelle grazie – e nella lista dei beneficiari – del miliardario Bob Mercer.

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