Flashback: il raid israeliano per distruggere il plutonio di Assad

Daniele Raineri

Roma. Mercoledì la censura militare israeliana ha sollevato l’embargo sulla notizia della distruzione di un reattore nucleare nascosto nel deserto siriano nel settembre 2007. I jet israeliani rasero al suolo quel sito segreto perché serviva a produrre plutonio il cui unico utilizzo finale sarebbe stato la costruzione di un’arma nucleare. I giornali israeliani non si sono fatti trovare impreparati e hanno ricostruito l’operazione dopo più di dieci anni, grazie a fonti esclusive e meglio di quanto avevano fatto finora i giornali internazionali. Ecco i punti più interessanti.

    

I servizi segreti di Israele furono colti completamente di sorpresa nel 2003 dalla notizia che l’America stava negoziando con la Libia lo smantellamento del programma nucleare voluto dal colonnello Gheddafi. Si chiesero se ci fosse qualche programma clandestino simile nei paesi vicini – e ostili – di cui loro non fossero a conoscenza e cominciarono a sorvegliare anche la Siria. Il reattore nucleare siriano in effetti c’era, sotto un cubo di cemento di quaranta metri per quaranta vicino al fiume Eufrate, la cui acqua attraverso una conduttura sotterranea serviva per il raffreddamento. Con intuizione geniale il regime aveva lasciato l’intera zona in stato di abbandono, non c’erano guardie, reticolati, misure di sicurezza apparenti, soltanto detriti in modo da non attirare sospetti.

   

L’intelligence militare israeliana capì che lì sotto c’era un reattore soltanto grazie al rapporto di uno dei suoi ricercatori che, secondo una prassi accettata nella comunità degli esperti ebbe la chance di scrivere un rapporto in totale dissenso con la posizione ufficiale dei suoi superiori. Il ricercatore disse che la Siria voleva produrre plutonio grazie a un reattore fabbricato con l’aiuto della Corea del nord per costruire armi atomiche e colmare di colpo il gap con la potenza militare di Israele. Gli altri esperti ritenevano che il giovane presidente Bashar el Assad, con la sua educazione londinese, non fosse truce come il padre Hafez e non nascondesse questi propositi bellicosi. Si sbagliavano – e ora possiamo dirlo, dopo sette anni di guerra civile per non cedere il posto ereditato dal padre.

   

La conferma venne da un’operazione segreta condotta all’inizio di marzo 2007 a Vienna: gli agenti israeliani entrarono nella camera d’albergo di un diplomatico siriano mentre lui era occupato altrove e copiarono tutto il materiale che era sul suo computer portatile. In gergo si chiama “evil maid attack”, l’attacco della cameriera cattiva, è uno dei modi più semplici per accedere a un computer – se il legittimo proprietario lo lascia incustodito. Trovarono schemi e foto del reattore in costruzione, il rapporto controcorrente era esatto e gli altri avevano torto. La posizione è interessante. Si trova nella regione di Deir Ezzor che è diventata il centro delle attività dello Stato islamico in Siria per tre anni interi, dall’estate 2014 all’autunno 2017 – i fanatici la chiamavano Wilayat al Khayr. Chissà cosa sarebbe successo se durante il collasso dell’esercito siriano gli uomini dello Stato islamico si fossero impadroniti di un reattore al plutonio ancora funzionante. E’ probabile che la comunità internazionale sarebbe stata costretta a lanciare un’operazione militare per impedire che tutto cadesse nelle mani dei terroristi.

   

A quel punto, il governo israeliano era davanti a un dilemma. Era necessario distruggere il sito, ma cosa sarebbe successo se Assad avesse reagito con una guerra? L’anno prima c’era stata la guerra contro il gruppo libanese Hezbollah e molte città del paese, al nord, erano state colpite da missili. Distruggere il reattore nucleare poteva significare aprire un conflitto e questa volta gli abitanti del nord non avrebbero avuto nemmeno molto preavviso. Inoltre non era ancora in servizio il sistema antimissilistico Iron Dome. Si scelse di colpire, confidando nel fatto che senza rivendicare il raid aereo Assad non avrebbe avuto il coraggio di reagire. Gli americani furono avvisati in anticipo e l’allora presidente George W. Bush diede così la sua approvazione implicita: “A man’s gotta do what a man’s gotta do”.

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