Che guerra culturale si può mai vincere se basta un quiz a fregarci

Paola Peduzzi

Milano. La politica “è a valle rispetto alla cultura, per cambiare la politica devi cambiare la cultura. I trend della moda aiutano a comprendere il concetto. Trump è come un paio di Uggs o di Crocs. Come fai a passare dal momento in cui tutti dicono ‘uh che orrore’ a quello in cui tutti indossano gli Uggs o le Crocs? Lui andava cercando questo punto di flesso”. Lui è Steve Bannon, ideologo del trumpismo, e il ricordo è di Christhoper Wylie, il ventottenne fondatore della Cambridge Analytica (CA) che ha raccontato all’Observer la “mietitura” di profili Facebook che ha portato la CA ad avere a disposizione un patrimonio di dati molto prezioso.

 

Che poi la CA sapesse utilizzare bene questi dati è un’altra questione: nessuno è davvero convinto che sia stata questa società corsara a far vincere le elezioni americane a Trump o a far prevalere la Brexit nel Regno Unito. Semmai l’operato della CA ha più a che fare con i suoi sponsor che con la sua efficacia, come ha segnalato in un tweet il giornalista del New York Times Kenneth P. Vogel: “Il più grande segreto sulla CA: era ed è un servizio sovrastimato che ha portato poco valore aggiunto alla campagna di Trump e alle altre campagne e ai Pac che si affidarono a questa azienda per lo più perché era vista come un prerequisito per ottenere i $$$ dei Mercer”, la famiglia più potente e generosa dell’emisfero trumpiano, che ha cercato e creato quel punto di flesso che Bannon andava cercando. Tra le tante chiacchiere che sono state fatte sulla CA negli ultimi tre anni ci sono anche quelle dei candidati e dei Pac che hanno rivisto i propri contratti con la società perché non erano affatto contenti dei risultati, ma non si sono staccati del tutto per non indispettire troppo i Mercer (i quali, in quanto a potere e donazioni, stanno scivolando al secondo posto, secondo Politico: al primo ci sarebbero i coniugi Richard ed Elizabeth Uihlein).

 

Gli sponsor sono importanti, è bene non perderli, ma la storia della CA rivela qualcosa di più grande e di più complesso rispetto ai soldi investiti o alle sfere di influenza dei ricchi donatori: rivela la guerra culturale in corso, definisce un campo di battaglia, ci dice che il confine tra analisi della personalità e analisi elettorali è sempre più sottile. Perché come dice Bannon, la politica è a valle, prima devi occuparti della cultura – dei consumi, delle ispirazioni, delle ambizioni, delle correlazioni tra tutti questi elementi – e poi la politica diventa la parte più facile. Nel caso specifico della CA, il confine è stato violato in modo illecito: lo psicologo Aleksandr Kogan – trentunenne nato in Moldova, vissuto a Mosca, naturalizzato americano con il cognome modificato per un certo periodo di tempo, dice che è stata una scelta fatta per amore e per fede religiosa: si faceva chiamare Dr Spectre, poi ha smesso – ha proposto alla CA di replicare uno studio sulla personalità che aveva permesso a due studiosi del Centro di psicometrica dell’università di Cambridge di avere accesso al tesoro dei profili Facebook. Gli utenti del social avevano dato il loro consenso a trattare i dati per uno studio sulla personalità non per una finalità elettorale ed è qui che la CA commette la violazione (e a Facebook dice che non li utilizzerà, quei dati, e Facebook non controlla se è vero). Ma soffermarsi su questo illecito è, per dirla con le parole di James Ball, autore del libro “Post-Truth: How Bullshit Conquered the World”, “come mandare la scientifica ad analizzare un rametto che ha preso fuoco quando intorno sta bruciando una foresta”.

 

Perché analizzando le correlazioni tra le varie risposte che le persone danno ai questionari sulla personalità o a quei quiz che ti compaiono a volte davanti e che compili in modo giocoso pensando che ti diranno qualcosa di significativo su te stesso (è da quando eravamo ragazzine che lo facciamo), vengono fuori elementi ben più importanti e profittevoli rispetto alla domanda: che cosa voti alle prossime elezioni? Il giovane fondatore di CA con i capelli rosa che s’è confessato sull’Observer dice per esempio che chi mette i like su “Odio Israele” tende a metterli anche sulle scarpe della Nike e sui KitKats. Se poi come spiega sempre Wylie diventi esperto nelle cosiddette “operazioni psicologiche” che cambiano le scelte delle persone non attraverso la persuasione ma con il “dominio informativo”, “un set di strumenti che include pettegolezzi, fake news e disinformazione”, è chiaro che non hai bisogno di molto altro, sei già al punto di flesso, nel tuo target di riferimento, e anche in quello correlato, hanno già tutti su le Crocs.

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