E’ l’alba di nuovo paradigma dei dati, dice Issenberg

Mattia Ferraresi

New York. Nel 2012 tutti commentatori politici d’occidente ammiravano con la bocca spalancata l’operazione Narwhal, la gigantesca macchina operativa con cui gli uomini di Barack Obama raccoglievano dati, profilavano, localizzavano e personalizzavano i messaggi elettorali per massimizzare l’efficacia della campagna. I dettagli sul funzionamento dell’operazione guidata da un gruppo di smanettoni con la barba erano tenuti rigorosamente sotto segreto, ma era universalmente diffusa l’impressione che questa nuova frontiera della scienza elettorale fosse fondamentalmente benevola. Si trattava di strumenti a servizio dell’elettore, dunque della democrazia, della società aperta, della trasparenza, dei diritti e dei valori liberali. Il maggior beneficiario, in fondo, era il presidente che aveva promesso di cambiare i destini dell’umanità, vasto programma da realizzare in stretta alleanza con tutte le forze progressiste della società, a partire dalla Silicon Valley. Il caso Cambridge Analytica offre la prospettiva rovesciata: i protagonisti sono orwelliani vendemmiatori di dati per conto di Donald Trump al pari di troll del Cremlino penetrano nella mastodontica infrastruttura di Facebook per meglio manipolare le coscienze. L’eroe del plot è un hipster con i capelli rosa in tutto simile ai ragazzi che pochi anni fa navigavano dalla parte giusta della rete e della politica. Sono vicende parallele, ma di segno opposto, e poco importa che da ogni parte spuntino indicazioni sul fatto che l’allora amato e ora odiato Facebook facesse da tempo cose simili a quelle di cui è accusato oggi. Carol Davidsen, capo della campagna socialmediatica di Barack for America, dice che dopo la rielezione di Obama i manager di Facebook “sono venuti nel nostro ufficio e sinceramente ci hanno detto che ci era stato permesso di fare cose che non avrebbero permesso ad altri, perché noi eravamo dalla loro parte”. Avevano messo le mani sul “social graph” di Facebook, ma nessuno a Menlo Park aveva obiettato.

  

Fra gli esegeti simpatetici della campagna digitale obamiana c’era anche il giornalista Sasha Issenberg, esperto delle nuove frontiere della campagna digitale e autore di The Victory Lab: The Secret Science of Winning Campaigns. Oggi Issenberg, parlando con il Foglio, ammette che il caso Cambridge Analytica è il prodotto in certo senso inevitabile di un ecosistema dove la legittima attività di persuasione viaggia sul crinale della manipolazione e della sorveglianza, ma vede una “differenza qualitativa” in questa vicenda: “Con i suoi profili psicografici, Cambridge Analytica ha praticato una raccolta di dati diversi da quelli fin qui ricercati dagli esperti di targeting elettorale. Volevano fare una profilazione delle tipologie psicologiche per intercettare inclinazioni e perfino patologie utili a capire la sensibilità degli utenti a certi messaggi. Raccogliere questo tipo di dati, più complessi di quelli scavati finora, è un percorso lungo e complicato, ed è per questo che sono dovuti ricorrere a sotterfugi, ad esempio fingersi ricercatori o ottenere informazioni attraverso Facebook. Quindi è tecnicamente sbagliato dire che Cambridge Analytica faceva quello che fanno tutti ma in modo più pervasivo: faceva un’attività diversa da quella generalmente praticata, o dichiarata”. Non si tratta di una distinzione tecnica, spiega Issenberg, che ricorda alcune indicazioni di contesto importanti per la raccolta dei dati nella politica americana: “In America l’aspettativa della privacy è prossima allo zero per quanto riguarda le preferenze elettorali”.

  

“La maggior parte delle informazioni interessanti per le campagne tradizionali – continua Issenberg – sui voti del passato, le registrazioni ai partiti, la localizzazione, le specifiche demografiche, i temi politici più sensibili sono pubbliche: gli americani degli swing states non si stupiscono di ricevere materiale elettorale confezionato appositamente per loro, mentre magari il vicino riceve messaggi diversi. Questa non è una novità dell’èra digitale, è un retaggio della cultura offline: se prendi una tessera per avere uno sconto al supermercato sai che stai vendendo i tuoi dati a qualcuno. Da decenni le caselle della posta di tutti gli americani sono piene di pubblicità profilate, in modo più o meno raffinato. E’ un meccanismo che l’America ha accettato”. In Europa la sensibilità è tradizionalmente diversa, “l’esigenza della privacy è concepita diversamente e sono state fatte leggi che assecondano questa concezione”, e nel passaggio dal mondo analogico a quello digitale l’America “si è un po’ ritratta rispetto alla diffusione sbrigliata dei dati personali che aveva sempre accettato”. Parte di questo lento cambiamento di cultura, dice Issenberg, “è dovuto a Edward Snowden” e il “techlash” che ha trasformato i giganti della Silicon Valley da profeti del mondo nuovo a orwelliani custodi dei dati delle masse è insieme causa e conseguenza di questa metamorfosi europeizzante. “Non credo nemmeno che Cambridge Analytica abbia violato una legge americana, ma la reazione di pubblico sdegno a questo caso è il simbolo di un più ampio disagio rispetto a un paradigma dell’uso delle informazioni che gli americani hanno sempre accettato, salvo poi rendersi conto che si trattava di un modello aperto alla manipolazione dei comportamenti e delle scelte”, conclude Issenberg.

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