Il caos post sovietico e i ladri di armi chimiche

Micol Flammini

Roma. C’è un momento della storia russa che non è appartenuto a nessuno e coincide con il crollo dell’Urss. Il governo, i soldi, le case, la terra, tutto quello che era sovietico, inclusi i laboratori di armi chimiche erano senza un proprietario. Se le case e la terra sono finite nelle mani di chi era stato più veloce a prenderli, i soldi di chi era stato più astuto (non si può dire che per il governo non fosse valido lo stesso principio), che ne è stato però dei laboratori?

 

Reuters ha pubblicato un’inchiesta nella quale si cerca di capire se in una Russia allo sbaraglio ci sia stato il rischio che le armi chimiche finissero in possesso delle persone sbagliate. Il governo britannico ha accusato il Cremlino di aver avvelenato a Salisbury l’ex spia Sergei Skripal con un agente nervino di ultima generazione, il Novichok, una specialità dei laboratori russi degli anni Settanta. Mosca ha negato, ma dalla vicenda emerge un dato importante: che sia stato il Cremlino oppure no, ci sono ancora in circolazione degli agenti nervini. Amy Smithson, esperta di armi chimiche e biologiche, ha raccontato a Reuters che la Russia degli anni Novanta era senza controllo e chiunque avrebbe potuto avere accesso ai laboratori. La Smithson ha lavorato nei programmi di smantellamento degli arsenali chimici sovietici, conosce bene la situazione e ha spiegato che se gli agenti nervini si degradano nel tempo, gli ingredienti che li compongono possono resistere se conservati separatamente.

 

Mosca non era più in grado di controllare le sue scorte di armi e uno dei primi casi in cui una persona fu assassinata con una sostanza molto simile al Novichok fu nel 1995, quando un banchiere, Ivan Kivendli, e la sua segretaria furono trovati morti nel loro ufficio a Mosca. L’agente nervino era stato messo sulla cornetta del telefono. Durante le indagini, si scoprì che la sostanza era stata fornita a un collega di Kivendli da un impiegato del laboratorio uzbeko conosciuto con il nome in codice GosNIIOKhT. Lo stesso istituto in cui aveva lavorato Vil Mirzayanov, il chimico che fece conoscere al mondo il Novichok. L’impiegato è un tale Leonard Rink, ancora in vita, e durante il processo confessò di possedere molte delle sostanze che facevano parte del programma di armi chimiche sovietico nel suo garage e di averle vendute in più occasioni per implementare i suoi guadagni.

 

L’arsenale chimico dell’Urss era il più grande del mondo, oltre 40 mila tonnellate, il programma era un’operazione tentacolare che si estendeva per tutto il territorio, coinvolgeva anche le province più remote. Reuters cita un rapporto del 1995 dell’Henry L. Stimson Center di Washington, un resoconto sullo stato di sicurezza dei laboratori dove si legge che alla fine della Guerra fredda le strutture non erano più vigilate e qualsiasi intruso avrebbe potuto accedervi. In un altro studio pubblicato cinque anni dopo, lo stesso centro denunciava il rischio che gli scienziati impiegati nei laboratori, sottopagati e impoveriti, venissero reclutati da associazioni criminali per smerciare e ricreare gli agenti nervini. Reuters ha intervistato Mirzayanov, il chimico ora vive a Princeton ed è convinto che dietro l’avvelenamento di Salisbury ci sia il Cremlino, ma non nega la possibilità che parte dell’arsenale sia stato venduto di contrabbando. Ha raccontato che i laboratori in cui veniva prodotto il Novichok erano in Uzbekistan dove le truppe statunitensi nel 2001 si sono imbattute in scorte di munizioni che non erano mai state contabilizzate e contenevano cloro e altri agenti chimici.

 

Il ministero russo del Commercio e dell’Industria ha inviato una nota a Reuters per dire che Mosca ha distrutto il suo arsenale nel 2017 in rigoroso rispetto degli impegni internazionali presi con gli Stati Uniti, ma non ha voluto mandare risposte riguardo alla questione del contrabbando di armi chimiche. Dall’Uzbekistan, passando per il territorio russo, fino ai bunker per lo smantellamento delle armi in Ucraina, mancano troppi passaggi e troppi interrogativi sono ancora pericolosamente aperti.

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