Pure nella Cina in cui non si può dire #metoo c'è una Deneuve sotto attacco

Giulia Pompili

Roma. Qualunque cosa i compagni uomini facciano, possono farlo anche le compagne donne, diceva Mao Zedong – in questi giorni tra le figure più citate per commentare l’attualità, perfino nelle cose di casa nostra. Era del Grande Timoniere pure l’espressione delle donne che portano sulle spalle “l’altra metà del cielo”, simbolo del ruolo della donna nella Rivoluzione Cinese. Agli occhi occidentali quell’espressione era un “gender equality” anzitempo, piuttosto che un modo per distribuire equamente i doveri, non certo i diritti. Un’idea che arrivava dall’inizio del Novecento, quando alle donne, in quanto future madri dei cittadini cinesi, illetterate e quindi meritevoli di educazione, iniziarono a essere dedicati interi magazine (lo racconta Barbara Mittler in uno straordinario, introvabile vecchio libro, “A Newspaper for China?”, sulla storia di come si formò l’opinione pubblica cinese attraverso i giornali e in particolare il Shen Bao di Shanghai).

 

Come tutte le forme di idealismo, associazionismo e attivismo che implichino una qualche forma di protesta – e in questo la Cina è sempre stata molto democratica ed egualitaria – il femminismo, almeno come lo intendiamo noi, non è mai piaciuto troppo a Pechino. Ogni anno all’inizio di marzo, con l’approssimarsi del giorno della Festa della donna, il governo prende alcune precauzioni per evitare che si calchi troppo la mano con la protesta. Alcuni anni fa le attiviste venivano perfino fermate dalla polizia, ma quest’anno non è successo – nonostante fosse l’anno del #MeToo e dell’orgoglio femminile. Perché come in occidente, anche in Cina le due questioni si sovrappongono: “Il movimento #MeToo contro le molestie sessuali e per l’uguaglianza di genere in Cina si sta muovendo in avanti, lentamente e costantemente, mentre si infila nelle complesse dinamiche della mobilitazione femminista, della censura e della preoccupazione della legittimità dello stato”, ha scritto Li Jun, leader della ong Women Awakening Network, una delle più attive nel campo del #MeToo degli ultimi mesi, che spiega pure perché la campagna cinese da #MeToo si sia trasformata in #RiceBunny per aggirare la censura (la ciotola di riso e quella del coniglio, che in cinese si pronunciano “mi” e “tu”).

 

Ma a rendere le donne cinesi straordinariamente simili, per certi aspetti, a quelle occidentali, c’è l’incapacità di avere una stessa visione dei “nemici” da combattere: la censura? Lo stato illiberale? I mandati di governo dell’“imperatore Xi”? Gli uomini predatori? L’8 marzo il censore cinese ha messo offline l’account Weibo e WeChat di Feminist Voices, 181 mila follower, gestito dalla nota femminista Lü Pin. Sui social cinesi è esplosa la protesta delle femministe, racconta con dovizia di particolari il sito WhatsonWeibo.

 

Poi però a rovinare un po’ tutto il climax è intervenuta Li Jingrui, ex giornalista, romanziera e attivista, che ha scritto online: “Non mi interessano i collettivi e non ho una consapevolezza di genere. Mi piace cucinare e fare i mestieri in casa. Non mi sento né arrabbiata né una schiava quando lo faccio. Invece di concentrarmi sulle questioni di genere, preferisco studiare e discutere di questioni politiche e culturali più ampie, e non risparmiarmi quando si tratta di avere una vita intellettualmente vivace. Non provo ostilità nei confronti degli uomini e non mi va di combatterli. Mi sento colpevole quando so che esistono delle cose che vorrei combattere ma sono troppo debole per farlo. Ma non userò mai il fatto di essere una donna come una giustificazione per essere debole”. Ci è poi tornata sopra, scrivendo che molte categorie in Cina “non hanno voce”, mica è una prerogativa femminile. In pratica, secondo Li, ci sono cose ben più grandi del femminismo in Cina per cui combattere: “Il suo secondo post ha ricevuto ancora più critiche”, ha scritto su WhatsonWeibo Boyu Xiao, e alcune commentatrici hanno risposto che i casi citati dalla Li – avvocati dei diritti umani, tibetani, intellettuali liberal – venivano semplicemente colpiti da una “maggiore censura, ma gli argomenti sottoposti a un maggiore controllo dal governo non necessariamente sono più importanti”. Poi alla fine, attaccata online, Li è stata costretta a cancellare i suoi post, in uno straordinario cortocircuito di censure, censurati, oppressi, oppressori e diritti negati.

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