Il Tpp anti americano

Redazione

Era inevitabile che, mentre tutto il mondo si chiedeva come potrà essere l’incontro tra Donald Trump e Kim Jong-un, passasse sotto traccia la notizia che nelle stesse ore si era firmato il Tpp. Il Tpp, lo ricordate? L’accordo di libero scambio del Pacifico, pietra angolare della politica estera di Obama, faro liberale per tenere i paesi asiatici e pacifici vicini alla leadership americana in un momento in cui la Cina, un po’ con la persuasione degli yuan e un po’ con la minaccia delle portaerei, muove per diventare potenza incontrastata su tutta l’Asia. Immediatamente dopo l’elezione, Donald Trump ha cancellato con un tratto di penna la partecipazione americana al Tpp, “il deal peggiore di sempre”, e tutti per un po’ ce ne siamo dimenticati. Ma nel frattempo i paesi lasciati orfani da Washington, guidati dal Giappone, prima economia del gruppo, hanno continuato a trattare. E giovedì, a Santiago del Cile, il nuovo Tpp (nome completo: Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership) è stato firmato. Vi partecipano: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Gli stessi dell’èra Obama, ovviamente senza l’America.

Il fatto che l’annuncio della firma del grande trattato di apertura dei commerci sia arrivato nelle stesse ore in cui l’Amministrazione di Washington approntava dazi sull’acciaio e l’alluminio e faceva balenare l’idea di una nuova guerra commerciale ha dato l’idea che l’America e i suoi alleati del Pacifico ormai giocano in due campionati differenti. Non solo: come ha scritto ieri il New York Times, il nuovo Tpp è passato dall’essere un accordo concepito per contenere la Cina a un accordo per contrastare il protezionismo americano. Il sogno liberale di Obama trasformato in uno strumento di scontro commerciale. Come è ovvio, Pechino si sfrega le mani. Alcuni alleati americani, come il Giappone, sostengono che c’è ancora tempo perché Washington entri nel deal: se non in questa Amministrazione, in quella successiva. Ma altri membri sarebbero favorevoli piuttosto all’opzione contraria: che la Cina entri nel club di libero scambio. Sarebbe la prova definitiva che la regione ha un nuovo egemone.

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