Il centro della politica è rimasto al buio

Paola Peduzzi

Ci sono quelle mattine in cui ti svegli e ti accorgi che il centro è spento, non arriva più la corrente né da destra né da sinistra, e per quanto si sia fatto per riempirlo, rinvigorirlo, promuoverlo, traghettarlo verso il futuro, lì dentro non è rimasto quasi nulla. C’è il macronismo, certo, il grande riscatto del centrismo senza etichette, anche se per forza si tenta di appiccicargliene una: ma pare che la risposta vigorosa alle insofferenze estremiste abbia funzionato soltanto in Francia, e soltanto con Emmanuel Macron, uberpresidente difficilmente replicabile.

 

Per le sinistre occidentali, il risveglio è ancora più amaro. La fiducia degli elettori è evaporata, scriveva la settimana scorsa Tony Barber sul Financial Times, e nell’elenco delle crisi che si accumulano ancora il caso italiano appariva appena, ma era il pretesto per raccontare come s’è svuotata l’offerta progressista in Europa (l’America è un caso a sé, ma a occhio l’antitrumpismo non è un ristrutturante salvifico per il Partito democratico: tra poco, con l’inizio delle primarie, ne capiremo qualcosa di più). “In Europa – ha scritto Barber – i movimenti anti establishment, spesso della destra radicale, stanno mangiando il voto socialdemocratico. La loro ascesa spinge il centrosinistra e il centrodestra a formare coalizioni: ovunque queste coalizioni finiscono per danneggiare i partiti di centrosinistra che condividono la responsabilità di politiche austere che allontanano la base dell’elettorato”.

 

Molti partiti di sinistra in Europa hanno perso la fiducia degli elettori, alcuni sono scomparsi. Due modelli di riferimento

Il primo esempio è quello tedesco naturalmente, che vive da anni di grandi coalizioni a trazione merkeliana, quindi conservatrice, e che ha portato l’Spd ai suoi minimi storici al voto dello scorso settembre. Dopo tre settimane di votazioni, domenica mattina i socialdemocratici hanno fatto sapere di essere a favore di una terza Grosse koalition: entro il 14 marzo, a Berlino ci sarà un nuovo esecutivo, dopo sei mesi di consultazioni e negoziati. Per l’Europa è una buona notizia, per l’Spd forse no: i giovani del partito hanno guidato la rivolta interna con uno slogan molto semplice e diretto: vogliamo dimostrare che siamo diversi dalla Cdu. Sono stati sconfitti dal principio di responsabilità che i leader dell’Spd hanno imposto al partito, ma gli effetti di un altro governo in coalizione potrebbero essere pericolosi – quanto pericolosi forse lo si scoprirà soltanto alle prossime elezioni. Questa terza esperienza assieme alla Cdu potrebbe essere molto diversa rispetto al passato: Angela Merkel è al suo ultimo mandato e già nell’accordo prematrimoniale del governo ha fatto grandi concessioni all’Spd, a cominciare dal ministero delle Finanze. Ma il problema non è la gestione del potere e dei dicasteri, il problema è individuare la formula che porta il centro sinistra a recuperare consensi.

 

Sulla formula si litiga, mentre piano piano le sinistre perdono voce e idee: in Francia il Partito socialista è stato sfasciato dai radicali “insoumis” di Jean-Luc Mélenchon e dal pragmatismo riformatore di Macron (ha perso il 23 per cento di consensi alle elezioni dell’aprile del 2016); in Olanda la sinistra è stata rosicchiata via sia dai populisti sia dai partiti riformatori (alle ultime elezioni, l’anno scorso, ha perso il 19 per cento); in Spagna Pedro Sanchez combatte, con il suo 20 per cento di consensi, una battaglia a sinistra con Podemos, mentre la questione catalana aleggia irrisolta sul paese e Mariano Rajoy continua a guidare il suo esecutivo di minoranza (assediato da Ciudadanos più che dalla sinistra); in Austria il governo del giovanissimo Sebastian Kurz è destra-destra. All’est, le cose non vanno meglio: in Repubblica ceca e in Polonia, la popolarità delle sinistre è in calo, così come le prospettive alle elezioni in Ungheria ad aprile non sono affatto promettenti. Al nord, dove batte il celebre cuore della socialdemocrazia dell’equilibrio tra stato paternalista e riforme, il potere delle sinistre è in costante ridimensionamento, anche nella Svezia dell’ex sindacalista fattosi premier.

 

Ai confini dell’Europa, anzi pure un pochino fuori, ci sono alcuni esempi di sinistre che si ergono a modello, ma sia chiaro: il centro pure lì è spento. Nella Grecia che ha fatto fuori in anticipo la sua sinistra storica, Alexei Tsipras guida un esecutivo con l’appoggio dell’estrema destra, e per far quadrare conti e promesse di riscatto si è messo a fare il pragmatico, abbandonando i toni rivoluzionari e populisti della prima ora: tra tranche di debito da ripagare e riforme che incalzano, se dovesse esserci un voto nei prossimi mesi, pare che Syriza, il partito di Tsipras, non sia posizionato in modo troppo solido. In Portogallo l’alleanza tra sinistra centrista e sinistra radicale funziona e lavora: non vi saranno sfuggiti tutti gli articoli che raccontano il “miracolo” portoghese, portato avanti da un governo di sinistra radicale. Il primo ministro, Antonio Costa, ha “voltato la pagina dell’austerità”, introducendo il salario minimo, riportando i livelli di pensioni e salari ai livelli prima degli choc finanziari, imponendo una tassa per le case di lusso e registrando una crescita ininterrotta da tredici mesi. Ci sono due elementi che non vengono sottolineati, quando si racconta il miracolo di Lisbona: il primo è che nei due anni precedenti il Portogallo ha preso un bailout dall’Unione europea e ha adottato misure di rigore molto dure, una terapia choc che ha fatto crollare il governo ma dato forza al sistema-paese; il secondo riguarda le privatizzazioni, fatte in modo a volte colorito e misto, ma con una certa costanza, almeno fino a quando è stato necessario fare cassa. Ma dalla lezione portoghese si trae soprattutto il significato politico, ancorché non completo: se si va a sinistra, si vince e si governa.

 

Corbyn è diventato fonte di ispirazione per molti leader o aspiranti tali. La formula “go left” e la popolarità con toni autoritari

E’ in questa frattura identitaria cui la sinistra in occidente non ha dato una risposta convinta – o l’ha data per un certo periodo di tempo, o soltanto quando c’era un leader a ribadirla e a trasformarla vita quotidiana – che ora brilla come una stella l’antitesi del centrismo, cioè Jeremy Corbyn, leader del Labour britannico. L’esperimento corbyniano è unico: dopo la sconfitta elettorale del 2015, il partito ha deciso di affidarsi alla strategia del suo gruppo “grassroot”, Momentum, fino a farlo diventare punto di riferimento quasi esclusivo. Corbyn ha inglobato nel suo Labour il mondo della sinistra radicale, il populismo con i suoi riferimenti internazionali (il Venezuela in particolare, che resiste nell’immaginario) dandogli credibilità e incarichi, e recuperando quella dimensione territoriale che era andata perduta – c’è gente che si è innamorata sulle auto in condivisione per andare ai comizi laburisti, si diventa abbastanza invincibili quando si è giovani e alla passione politica si uniscono anche delle nuove fidanzate. L’ortodossia di partito si è trasformata in una faccenda molto più complicata, ci sono epurazioni continue, di piccole dimensioni ma significative, perché mostrano il lato autoritario di Momentum e del corbynismo, ma non è di questo che si parla, bensì della straordinaria popolarità di Jeremy Corbyn e del suo messaggio anti liberale, contro le banche, per le nazionalizzazioni. La sinistra socialista che funziona. Anche qui manca un pezzetto del racconto, ed è che si è votato nel giugno scorso nel Regno Unito e il Labour è arrivato secondo, dietro a un Partito conservatore afflitto da ogni genere di bruttezza politica. Ancora adesso che i Tory non migliorano e anzi si frantumano sulla Brexit i sondaggi registrano una sostanziale parità tra i due più grandi partiti. Ma è bene non rovinare una bella storia con i dettagli: il corbynismo è fonte di ispirazione, Momentum è il movimento più studiato, e molti leader di sinistra si sono convinti che quella sia la strada per vincere: go left. Il centro resta spento, ma forse è così che ora va, nella convergenza dei populismi antisistema, con la protesta che diventa unica espressione di voto: si sta al buio.

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