Con Martin Selmayr Bruxelles prova un brivido da “House of Cards”

David Carretta

Bruxelles. Frank Underwood sarebbe fiero di Martin Selmayr. Il potentissimo capogabinetto di Jean-Claude Juncker è riuscito a garantirsi un futuro che potrebbe durare ben oltre la fine del mandato dell’attuale presidente della Commissione, nonostante sia una delle personalità più contestate del microcosmo dell’Unione europea. Il collegio dei commissari ieri ha deciso di nominare questo tedesco di 47 anni segretario generale della commissione. Dal 1° marzo sostituirà l’olandese Alexander Italianer in quello che è considerato il posto più importante dell'eurocrazia. Juncker ha spiegato che la scelta è stata fatta per evitare una “rottura” dopo il pensionamento di Italianer, che al segretariato generale è rimasto appena due anni e mezzo. Selmayr è “uno che conosce la casa, che ha ramificazioni ovunque in Europa e aldilà”, ha detto Juncker. “Penso che abbia tutte le qualità” e può “garantire la continuità della commissione”. Ma gli osservatori più attenti delle cose brussellesi hanno una lettura più maliziosa, nel momento in cui l’esecutivo Juncker inizia la sua fase crepuscolare (il mandato scadrà il 31 ottobre 2019, ma di fatto l'attività si interromperà con le elezioni europee del maggio dell’anno prossimo). “Selmayr non è mai stato tanto potente”, ha tuittato il giornalista di Libération Jean Quatremer: “Questa nomina a sorpresa è stata imposta al collegio (agli altri commissari, ndr) e gli permette di lasciare il palcoscenico restando al contempo al comando”.

 

Europeista convinto, ma con un occhio sempre attento agli interessi della sua Germania, di un’intelligenza fuori dal comune, iperattivo e accentratore sul lavoro, Selmayr ha accumulato una serie infinita di soprannomi nei quasi tre anni e mezzo da capogabinetto di Juncker. Rasputin, Principe delle tenebre, Eminenza grigia, Mostro, Dio: Selmayr si è comportato come un “presidente ombra”, un rullo compressore che tutto può, perfino di Juncker. All’inizio del mandato si è permesso di riscrivere le risposte della commissaria al Commercio, Cecilia Malmström, in vista dell’audizione all’Europarlamento senza chiederle l’autorizzazione. Poi ha legato le mani dei vari commissari imponendo una bizantina struttura interna fatta di vicepresidenti che rispondono al gabinetto del presidente. Successivamente ha spinto la vicepresidente bulgara, Kristalina Goergieva, ad abbandonare la Commissione a causa dell’atmosfera velenosa. Quindi ha concluso accordi con il governo di Berlino sul pedaggio autostradale che viola le regole antidiscriminatorie dell’Ue alle spalle della commissaria ai Trasporti Violeta Bulc. All’apice della crisi greca si è immischiato a tal punto negli affari dell’Eurogruppo per difendere Alexis Tsipras da provocare una dura reazione di Wolfgang Schäuble: “Interferenze insopportabili”. Un’altra volta Schäuble chiese al suo omologo francese Michel Sapin: “Conosci la differenza tra Selmayr e Dio? Dio sa di non essere Selmayr”.

 

Juncker non ha nascosto che Selmayr è contestato dentro e fuori dalla Commissione. “Io e lui abbiamo delle relazioni difficili con altri commissari, con le direzioni generali, con quelli che vogliono influenzare dall’esterno la Commissione. E’ abbastanza normale”. Per giustificare la nomina ha dovuto far ricorso a un antico precedente: la decisione di Romano Prodi di nominare segretario generale David O’Sullivan, all’epoca suo capo-gabinetto, ma solo da poco più di sei mesi. “Il Principe delle Tenebre vuole garantirsi l’immortalità”, spiega al Foglio una fonte comunitaria. Ma la mancanza di tatto e mediazione, la tendenza alla microgestione, l’accentramento del potere e i metodi autoritari rendono Selmayr “inadatto” al ruolo di segretario generale, il cui compito è far funzionare una complicata macchina da 32 mila funzionari, aggiunge la fonte. Alcune capitali contestano l’onnipresenza della Germania ai vertici dell’eurocrazia. Selmayr “non è un agente sotto copertura del governo tedesco”, si è difeso il commissario responsabile dell’Amministrazione, Guenther Oettinger, anche lui tedesco. Nel rimpasto deciso ieri dalla Commissione Selmayr ha piazzato alcuni suoi protetti ai vertici di alcune direzioni generali, come il francese Jean-Eric Paquet alla Ricerca. Germania e Francia continuano a staccare tutti per numero di direttori generali e vice. L’Italia – che oggi ha Marco Buti agli Affari economici e finanziari, Stefano Manservisi alla Cooperazione internazionale e Roberto Viola alle Telecomunicazioni – ha rafforzato la sua posizione con la nomina di Mauro Petriccione alla direzione generale “Azione per il clima”.

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