A cent'anni dall'indipendenza, gli stati baltici temono ancora Mosca

Guido De Franceschi

Milano. Oggi inizia a Monaco di Baviera la Conferenza sulla Sicurezza, il forum internazionale che dal 1963 riunisce centinaia di capi di stato, premier, ministri e decision-maker. Quest’anno uno dei principali temi in agenda è il ruolo dell’Unione europea in relazione a Mosca. E proprio oggi le repubbliche baltiche, che costituiscono una delle cerniere più sensibili tra l’Ue e la Russia, iniziano un anno di celebrazioni per festeggiare il centesimo anniversario dalle dichiarazioni di indipendenza del 1918. La Lituania festeggia oggi, l’Estonia il 24 febbraio e la Lettonia il 18 novembre. In realtà, si tratta di anniversari sui generis, visto che per metà di questi cento anni i tre stati baltici sono stati sotto controllo sovietico (con l’aggiunta di una breve parentesi di occupazione nazista). Il caso di Lituania, Lettonia ed Estonia è infatti eccezionale: i tre stati sono gli unici pezzi della fu Unione sovietica che sono entrati nell’Unione europea e, addirittura, nella Nato. E con il precedente della guerra nelle regioni orientali dell’Ucraina e dei “recuperi territoriali” russi in Georgia e in Crimea, la circostanza di aver fatto parte anch’esse dell’Unione sovietica costituisce per le tre repubbliche una fonte di persistente timore.

  

Lituania, Lettonia, Estonia: i nomi dei tre paesi sono sempre snocciolati uno dietro l’altro, come in uno scioglilingua, oppure sono raggruppati sotto il nome collettivo “stati baltici”, come se fossero un tutt’uno. E, in effetti, le tre repubbliche hanno avuto una storia comune, soprattutto dal 1918 a oggi: insieme sono diventate indipendenti, insieme sono state invase dai sovietici, poi dai nazisti e poi di nuovo dai sovietici, insieme hanno riacquistato l’indipendenza, insieme sono entrate nell’Ue e nella Nato. I tre stati sono accomunati anche da un peso territoriale e demografico non dissimile.

   

In realtà, però, i tre paesi baltici non sono poi così omogenei. A partire dalle lingue. Il lituano e il lettone, piuttosto diverse tra loro, appartengono al gruppo baltico delle lingue indoeuropee e hanno vaghe parentele con gli idiomi slavi. L’estone è invece una lingua non indoeuropea, con qualche somiglianza con il finlandese. Anche per questo l’Estonia gravita su Helsinki e la Lituania guarda invece verso sud, avendo più cose in comune, ad esempio la religione cattolica, con la Polonia, un paese a cui è legata da rapporti anche conflittuali.

   

Le rispettive relazioni privilegiate dei tre paesi hanno avuto conseguenze anche profonde sulla loro attuale fisionomia. Ad esempio, proprio grazie alla contiguità con la Finlandia, che conobbe un’età dell’oro della telefonia mobile e ha comunque una spiccata inclinazione tech, l’Estonia è diventata un paese iperconnesso, si presenta al mondo come e-Estonia e, come ha raccontato di recente il New Yorker, può vantare una pervasiva digitalizzazione dei rapporti tra i cittadini e lo stato attraverso la tecnologia blockchain.

   

Un’altra grande differenza tra i tre paesi riguarda le minoranze etniche ed è una differenza “interna” che ha molto a che fare con il loro principale problema “esterno”, comune a tutti e tre: il rapporto con Mosca. Mentre la Lituania ha numerose minoranze di modesto peso demografico (il 6 per cento della popolazione è polacco, il 5 russo, l’1 bielorusso), più di un quarto della popolazione della Lettonia e dell’Estonia è di etnia e lingua russa. Complice anche un’Unione europea che per il desiderio di accogliere subito le tre Repubbliche ex sovietiche ne ha valutato l’adesione in modo un po’ sbrigativo, Riga e Talinn hanno potuto applicare nei confronti dei russi che vivono da generazioni all’interno dei loro confini una politica revanscista, forse comprensibile, ma non giustificabile – almeno secondo gli standard europei. La divisione tra i lettoni (o gli estoni) e i discendenti dell’occupante, passa infatti per la lingua: i governi di Riga e di Tallinn hanno promosso un’incisiva promozione dei due idiomi nazionali che fino ad allora poco avevano calcato i marmi dell’accademia e poco avevano frequentato i salotti buoni e le hanno imposte anche agli ex dominatori russi. In un suo libro Marina Jarre, italiana figlia di un ebreo di Riga, commentò così, con cruda efficacia, lo sgomento che vide tra i russi in occasione di un suo viaggio nella Lettonia degli anni Novanta: “E’ dura dover apprendere la lingua dei propri iloti!”.

  

Dopo la riacquistata indipendenza degli stati baltici, per i russi residenti in Lettonia e in Estonia che non potessero vantare un radicamento nel paese anteriore alla Seconda guerra mondiale era previsto un (difficile) test linguistico nella lingua locale: niente superamento del test, niente cittadinanza. Risultato: un esercito di sans papier. Con il tempo – cioè con l’emigrazione, la normalizzazione, il rilassamento delle tensioni e la crescita di bambini bilingui – il problema si è attenuato, ma certo la presenza di russi, come in Crimea, come nell’Ucraina orientale, fa temere l’impugnazione di pretesti protettivi da parte del patrono moscovita. Forse per questo i baltici sono tra i più diligenti nella Nato (l’Estonia è tra i pochissimi paesi che rispettano la raccomandazione dell’Alleanza atlantica di destinare almeno il 2 per cento del pil alla difesa e la Lettonia e la Lituania stanno gradualmente raggiungendo la stessa quota) e dimostrano un affetto per l’Ue superiore a quello di molti altri paesi dell’Europa orientale.

   

Benché costituiscano la propaggine più periferica del cosiddetto Trimarium – ovvero del gruppo di dodici paesi che dal 2016 si impegnano a sviluppare la coesione, le vie di comunicazione e gli scambi lungo la direttrice nord-sud nel triangolo compreso tra mar Baltico, Adriatico e mar Nero – la Lituania, la Lettonia e l’Estonia si dimostrano nei fatti assai meno “orientali” rispetto a Bruxelles di quanto non lo siano, ad esempio, i paesi del cosiddetto Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), che del Trimarium sono il cuore. In primo luogo, tutti e tre gli stati baltici sono nell’Eurozona, a fronte della sola Slovacchia tra quelli del Gruppo di Visegrád. Ma, quel che è più importante, a Vilnius, Riga e Tallinn non sembra tirare, almeno per ora, quel vento del “diversamente europei” che soffia forte a Varsavia e a Budapest, alimentato da leader del conio di Jaroslaw Kaczyński e Viktor Orbán.

  

L’impressione è che Estonia, Lettonia e Lituania vogliano quindi mantenere quello status quo in cui sono riuscite a collocarsi soltanto da pochi anni e non siano affatto desiderose di provare nuovi assetti. Per questo, quando si è intuito che Donald Trump avrebbe potuto allentare l’impegno di Washington nella Nato e alterare i rapporti con Mosca, a Vilnius è subito comparso un murales che, per chi vive sulla linea di faglia tra l’Ue e la Russia, ha un significato chiarissimo: Trump e Vladimir Putin, impegnati nello stesso bacio sulla bocca in cui furono ritratti, in una celebre fotografia e in un altrettanto celebre dipinto sul muro di Berlino, Leonid Brežnev ed Erich Honecker.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.