Tutte le ribellioni di Saakashvili, che ama la rivoluzione più del sesso

Micol Flammini

Roma. Ex presidente in Georgia, ex governatore in Ucraina, apolide. Mikheil Saakashvili lunedì è stato nuovamente espulso dalle autorità di Kiev e rimandato in Polonia a bordo di un aereo. Mercoledì, dopo aver promesso di animare proteste anche da Varsavia, avrebbe raggiunto la famiglia della moglie in Olanda, dove intende chiedere la cittadinanza. Capo della Rivoluzione delle rose, filoatlantica e incompiuta, aveva portato speranza in Georgia. L’allora trentasettenne divenne presidente, iniziò un intenso periodo di riforme che piacquero molto ai leader europei e agli Stati Uniti e fece anche una guerra nel 2008 contro la repubblica separatista dell’Ossezia del sud che alla Russia non piacque affatto. Qualcuno in seguito accusò Saakashvili, dicendo che provocando l’esercito russo, ne aveva risvegliato i sogni di espansione. Il candidato del popolo, eletto la prima volta nel 2004 con il 96 per cento dei consensi, aveva modernizzato la burocrazia statale e aveva dato inizio a una sistematica lotta alla corruzione, ma ai georgiani che chiedevano più democrazia e trasparenza aveva risposto con gli idranti, le torture nelle carceri e la chiusura delle televisioni dell’opposizione. Da allora, la discesa di Saakashvili è stata lenta e costante. “Rifarei tutto come allora”, disse in un’intervista rilasciata allo scrittore francese Raphaël Glucksmann.

 

Era il 2009 e il presidente georgiano, al suo secondo mandato, era ancora coccolato e ammirato dalle nazioni europee e dal presidente americano George W. Bush. Poi, nel 2013 lascia la Georgia per evitare i processi che lo vedono coinvolto nell’uccisione di un banchiere e le accuse di abuso di potere nella violenta dispersione delle proteste nel 2007. Ma Saakashvili continua a sognare una sua rivoluzione, ama la folla e cerca il successo in una delle nazioni più anti russe del momento: l’Ucraina. Qui sfrutta la sua fama, il ricordo ancora vivo dei carri armati georgiani che entrano in Ossezia e convince Petro Poroshenko, diventato presidente nel 2014, a farsi nominare governatore della regione di Odessa. Tbilisi lo priva della cittadinanza e Kiev gliene regala un’altra. A Odessa tenta di ricostruire la sua immagine. Promuove anche qui le sue riforme anti corruzione, senza risultato, e accusa il governo centrale di ostacolarlo. Spera che la popolazione, ostile a Poroshenko, lo segua nella sua lotta contro le autorità di Kiev, vorrebbe che a Odessa fiorissero le stesse rose della rivoluzione in Georgia. Ma la regione ha una storia filorussa e lui è il georgiano che ha dichiarato guerra alla Russia. Il presidente ucraino gli ritira il passaporto, Saakashvili diventa un apolide e viene espulso in Polonia. Sarebbe potuta andargli peggio, avrebbero potuto estradarlo in Georgia, dove a gennaio era stato condannato in contumacia a tre anni di carcere. L’ex presidente georgiano ed ex governatore ucraino non si ferma, vuole a tutti i costi una vittoria rivoluzionaria, è una necessità quasi fisica per lui, “nemmeno il sesso può essere paragonato al piacere della rivoluzione”, aveva dichiarato in un’intervista. Così a settembre dello scorso anno, con un manipolo di sostenitori, aveva passato illegalmente il confine polacco per tornare in Ucraina per “combattere la corruzione”, diceva. Ormai dalla sua parte sono rimasti solo gruppi di ultra destra, organizzazioni paramilitari coinvolte in attacchi fisici contro membri del governo, le élite internazionali lo hanno abbandonato.

 

Rivoluzione, teatralità e nascondigli, le parole chiave dei mesi di latitanza ucraina di Saakashvili. A dicembre scorso è riuscito a sfuggire all’arresto arrampicandosi sui tetti di Kiev: si fa rincorrere, filmare, sotto c’è la folla che inneggia a lui, sopra gli elicotteri della polizia che lo cercano, la corsa finisce in un furgoncino della polizia in cui viene rinchiuso per poi essere liberato dai suoi sostenitori, correre davanti al Parlamento e promettere la rivoluzione anti corruzione. Lunedì è stato arrestato in un ristorante di cucina georgiana e appena atterrato a Varsavia ha detto: “Amo la Polonia ma sto ancora combattendo in Georgia e in Ucraina”.

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