Il generale, la tessitrice, i rognosi. I pezzi che Schulz lascia dietro di sé

Paola Peduzzi

Milano. Martin Schulz ha rinunciato al suo incarico da ministro negli Esteri nel governo di grande coalizione tedesco – governo che ancora non è certo, perché si aspetta il via libera dei membri del Partito socialdemocratico, che arriverà il 4 marzo. Pur con tutti i condizionali che ancora dobbiamo usare, la decisione di Schulz è presa: nel giro di tre giorni, lui ha siglato l’accordo di Grande coalizione con la cancelliera Angela Merkel, è stato indicato come ministro degli Esteri nel totodicasteri, si è dimesso da leader dell’Spd – a favore di Andrea Nahles – e infine ha rinunciato alla nomina. E’ un ex-ex, che equivale a dire che Martin Schulz, che rientrò un anno fa da Bruxelles a Berlino per “salvare” la socialdemocrazia tedesca, è fuori da tutto. Anche fuori di sé, con tutta probabilità, perché da tempo – da quando cioè è iniziato il dialogo con la Cdu e la Csu per produrre la terza stagione della grande coalizione – Schulz porta un peso enorme sulle spalle, e lo porta quasi da solo: ha ottenuto al voto di settembre il risultato peggiore della storia recente dell’Spd, ha dichiarato “staremo all’opposizione” e “mai più con la Merkel” una quantità di volte sufficiente da diventare testimonial del no al governo di larghe intese, si è fatto convincere dal presidente della Repubblica, il socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier, a mettere la responsabilità nazionale davanti alla credibilità personale, è andato di fronte ai delegati del suo partito per dire che non c’erano alternative alla GroKo ingoiando applausi flebili e molti fischi, ha negoziato con la Merkel, ha siglato un accordo di 177 pagine (ne traduciamo una parte oggi sul Foglio) con la cancelliera, ha ottenuto per il proprio partito il ministero delle Finanze, bottino grosso, e un posto per sé – poi è stato massacrato. Da giorni non si vedono che meme di Schulz che dice: mai con la Merkel e di Schulz che dice affianco alla Merkel: è stato faticoso ma piacevole, e abbiamo un governo. Troppe pressioni, troppe sbavature, troppe giustificazioni, quella parola ripetuta di continuo, “schulzen”, che stigmatizza chi cambia idea con un soffio di vento.

 

La rinuncia di venerdì non si spiega però soltanto con le pressioni. Si sapeva già da tempo, e ancor più in questi giorni, che la battaglia dentro all’Spd sarebbe stata e sarà dolorosa: il partito non ha ben chiaro che cosa vuol essere nei prossimi anni, se aspira a fare un macronismo o un corbynismo tedesco, e la grande coalizione impedisce in modo quasi certo di scoprirlo, alienando nel frattempo la base più radicale che è stufa di non saper dire in che cosa, esattamente, l’Spd si differenzia dalla Cdu. Ma alla diatriba ideologica si è aggiunta, fatale, quella personale. L’attuale ministro degli Esteri, Sigmar Gabriel, si è risentito dell’ingresso di Schulz al suo posto, “non sappiamo più che peso ha la parola data”, ha dichiarato furioso in un’intervista riferendosi alle garanzie che avrebbe ricevuto (non rispettate) e ai cambiamenti di posizione di Schulz. La Nahles, appena arrivata, si è trovata a gestire, oltre al problema dell’approvazione della Grande coalizione, quello dello scontro tra elefanti del partito e ha deciso di levarsi almeno il secondo, chiedendo a Schulz un passo indietro. Ma secondo alcuni commentatori non si deve guardare soltanto ai personaggi attivi, piuttosto a chi è rimasto un po’ in disparte ma fin dal primo giorno è stato molto scettico rispetto alla volontà di Schulz e dell’Spd di andare all’opposizione: Gerhard Schröder, ancora lui. L’ex cancelliere ora affaccendato con i russi e il loro gas e soprattutto con il suo quinto matrimonio (con una sudcoreana) sta di nuovo allineando le truppe: il generale sul campo è il ministro delle Finanze nominato nell’eventuale governo, Olaf Scholz, riformatore dai toni ruvidi. Ma anche il presidente Steinmeier fa parte del gruppo cresciuto con Schröder, così come lo stesso Gabriel è considerato uno degli alleati dell’ex cancelliere – anche nel rapporto con la Russia. La Nahles al contrario è una rivale: a lei tocca ora il compito di riunire il partito e la base, mantenendo la parola data alla Merkel. 

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