Smettiamola con le balle sui rimpatri forzati

Mario Giro*

Va detto una volta per tutte: la categoria stessa di rimpatri forzati non esiste, non è applicabile, non è un’opzione. Per rimpatriare forzatamente migranti ci vorrebbe l’accordo del paese di origine che li accetti: se tale accordo non esiste, non esistono nemmeno i rimpatri forzati; se tale accordo esiste (come con la Nigeria ad esempio) allora si tratta di rimpatri volontari - non forzati - che già si fanno. Punto.

Semplicemente se non c’è accordo i paesi di origine non fanno atterrare gli aerei né attraccare le navi: è il loro diritto di paesi sovrani. Anche se si tratta di loro concittadini. Secondo le norme internazionali nessun paese ha obbligo di riprendersi chicchessia - anche propri concittadini - senza un accordo. Duro a credere ma è così.

 

Ho visto tali scene in Guinea nel passato: aerei francesi non fatti atterrare o fatti atterrare per motivi di carburante e impediti di sbarco. Tornavano in Francia come erano arrivati, con tutto il loro carico. Umiliante.

Giusto o non giusto è così. Smettiamola di rimbambire la gente con balle del tipo: i rimpatri solo la destra li farà... Non li fece nemmeno la destra, perché oggettivamente non si possono fare. Infatti la destra fece la più grande sanatoria della storia repubblicana...

 

Questo governo invece ha imboccato la strada degli accordi. E’ più lunga e complessa ma porta buoni frutti nel tempo. Quando si negozia un accordo sui rimpatri (a questo punto volontari), il paese di origine mette sul tavolo le sue richieste. Innanzi tutto c’è la questione dell’identificazione: molti paesi africani eccepiscono sulla nazionalità dichiarata dai migranti stessi, anche in presenza di documenti. Lo fanno per motivi opportunistici da una parte, ma dall’altra esiste anche una ragione effettiva: la questione della nazionalità è stata al centro di molte crisi africane, in cui la cittadinanza è stata data, poi annullata ecc. Quindi ci si inoltra in un problema politico. Per risolverlo occorre identificare assieme: per questo oggi in Italia il Ministero dell’Interno è riuscito ad avere squadre di poliziotti dei paesi di origine che collaborano. E i risultati si vedono: si è passati da 5000 a 20000 rimpatri volontari circa.

 

In secondo luogo vi sono le richieste di reciprocità: cioè se “tu Europa vuoi che io Africa rimpatri”, devi permettere - ad esempio - al migrante regolare di poter rimpatriare anche la parte previdenziale versata quando torna. Pochi paesi europei lo permettono. E’ noto che ci teniamo tutti i soldi versati in previdenza. Poi devi permettere la regolarizzazione comune dei flussi, mentre l’Europa prende migranti quando gli servono e vorrebbe scaricarli quando c’è crisi. E così di seguito. Si tratta di un vero negoziato tra Stati sovrani, o tra Unione Europea e Unione africana, con tutte le ipocrisie che volete da una parte e dall’altra.

 

Infine c’è il discorso dello sviluppo: rimpatri volontari si fanno in presenza di programmi di sviluppo, per dare un’opportunità alternativa. Per questo il governo italiano si è battuto per ottenere l’External Investment Plan (chiamato in Italia Migration compact, in Germania Piano Marshall ecc).

In conclusione: basta balle spaziali sui rimpatri forzati. L’unica soluzione è, oltre a continuare sui volontari e sugli accordi, trattenere. Ma anche qui: si trattiene con efficacia solo con accordi in cambio di aiuti. Vedi quello con il Niger, o quelli -controversi - con Libia o Turchia. Questo è un tema su cui si può discutere, ma siamo già su un altro piano. Non su quello delle balle.

 

Infine: è vero che sui migranti si scaricano le ipocrisie di tutti, degli europei ma anche dei leader africani. Nessuno di questi ultimi è mai venuto a Lampedusa per piangere i suoi morti! Gliel’ho detto più volte. Molti di loro girano la testa dall’altra parte: tanto le rimesse sono maggiori degli aiuti, per ora.  Ma le immagini della CNN degli schiavi africani venduti dai libici hanno scosso l’opinione africana. Questo ha provocato una svolta perché anche i leader africani ora sono sotto pressione della loro opinione e hanno iniziato ad accettare più agevolmente di fare gli accordi. Prima di quelle immagini, in Africa la questione passava sotto l’ipocrita silenzio della politica. Ora non più. Si allarga quindi lo spazio della politica estera che - sappiamo tutti - è un gioco di scambi. La domanda finale è quindi: quanto siamo disposti a pagare per i rimpatri? Quanto siamo disposti a trattare l’Africa su un piano di parità? Questa è l’unica vera domanda. Tutto il resto è presa in giro del cittadino elettore. Salvini, facci una cortesia: smetti di raccontare balle per favore.

 

*viceministro degli Esteri

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