Erdogan a Roma

Daniele Raineri

Roma. Lunedì mattina Papa Francesco incontra in Vaticano il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, durante una visita in Italia che durerà due giorni. Tra gli argomenti che saranno discussi con Francesco ci sono soprattutto l’annuncio americano del 6 dicembre sul riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, la lotta al terrorismo e l’islamofobia, scrive il giornale Daily Sabah, vicino alle posizioni del governo. Il presidente turco che arriva a Roma è sospeso a metà tra il vecchio ordine delle cose – in cui la Turchia era uno stato membro della Nato docile e con l’esercito più numeroso dopo quello americano – e quello nuovo in cui tutto è messo in discussione e le relazioni con gli altri paesi sono diventate irriconoscibili, a partire dall’Alleanza atlantica che potrebbe essere dimenticata a favore di nuovi rapporti con la Russia.

 

Che Turchia e resto della Nato fossero in rotta di collisione si era già capito a novembre, quando un funzionario norvegese (poi licenziato per una gaffe spettacolare) aveva inserito tra i bersagli da colpire nell’esercitazione militare Trident Javelin anche due volti che hanno fatto rizzare i capelli ai quaranta soldati turchi presenti: Erdogan e il padre della patria Atatürk. Ankara molto offesa aveva ritirato i soldati dalla Norvegia, che oltretutto ha offerto asilo politico a cinque ufficiali turchi golpisti del luglio 2016 e quindi è nella lunghissima lista dei paesi antipatici. Ma è l’operazione Ramo d’ulivo da poco cominciata nel nord della Siria per prendere il cantone curdo di Afrin a illuminare la contrapposizione frontale tra turchi da una parte e americani e francesi, membri leader della Nato, dall’altra.

 

A gennaio Washington aveva annunciato un piano per creare un esercito di trentamila uomini nel nord della Siria, in maggioranza curdi – e tra questi curdi una maggioranza assoluta di simpatizzanti del Pkk, il partito dei comunisti del Kurdistan che è sulla lista di molti paesi ma soprattutto della Turchia. La cosa era stata accolta con molto allarme e sdegno da Erdogan, che ovviamente vorrebbe vedere quelle aree indebolite e non rafforzate, abbandonate e non sponsorizzate dalle forze armate più potenti del pianeta (che hanno anche mandato in quelle zone siriane un contingente di militari a tempo indefinito). In questo periodo c’è così poca sintonia che Washington e Ankara non sono nemmeno riuscite a mettersi d’accordo sul resoconto di una telefonata fra Erdogan e Trump e hanno rilasciato versioni contrastanti. Pochi giorni dopo l’annuncio del governo americano sulla Siria orientale, i soldati turchi hanno cominciato ad attaccare l’enclave di Afrin – che sta molto più a ovest rispetto a dove gli americani vogliono creare quel piccolo esercito, quindi è fuori dalla loro protezione. Assieme ai turchi ci sono alcuni battaglioni di ribelli siriani che speravano di guadagnarsi un po’ di riconoscenza da un alleato potente come la Turchia, ma che stanno facendo cose orride: due giorni fa hanno filmato il cadavere mutilato di una guerrigliera curda. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha definito l’operazione come “un’invasione” e così ha provocato la risposta piccata della Turchia, che ha detto di non avere bisogno di lezioni e ha ricordato i precedenti della Francia in Algeria. Ramo d’ulivo procede dal punto di vista militare ed è apprezzata dall’opinione pubblica interna, ma di questo passo potrebbe diventare sempre più difficile da reggere sul piano internazionale. 

 

In questo contesto c’è da considerare anche l’acquisto da parte della Turchia del sistema di difesa missilistica S-400 dalla Russia. Fonti Nato si sono dichiarate molto perplesse per il contratto, perché i paesi Nato di solito puntano a essere equipaggiati in modo uniforme e adottano la stessa tecnologia, e invece in questo caso i turchi sono saltati sulla sponda opposta, quella di Mosca. La Nato spera ancora in un ripensamento, non si sa quanto possibile. E’ in questa sospensione a metà che il presidente turco arriva a Roma, dove c’è il rischio di possibili contestazioni.

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