Gli infiltrati tunisini

Daniele Raineri

Roma. Due giornalisti italiani, Lorenzo Tondo e Piero Messina, scrivono sul Guardian che il 29 novembre scorso l’Interpol ha mandato al ministero dell’Interno italiano una lista di cinquanta terroristi tunisini dello Stato islamico arrivati in Italia via mare tra luglio e ottobre dell’anno scorso per compiere attentati in Europa. Il ministero ha però subito smentito l’allarme: “Non trova alcun riscontro l’informazione di cinquanta combattenti stranieri approdati sulle coste italiane appartenenti all’Isis e pronti a compiere attentati”. La smentita del ministero cita un numero inferiore di tunisini – “un esiguo numero di persone”, non cinquanta – che sono già stati individuati e rimpatriati grazie a un accordo di collaborazione con la Tunisia (l’ultima espulsione di un estremista tunisino dall’Italia risale a tre giorni fa, era un detenuto a Palermo che provava a convertire al jihad con la forza il suo compagno di cella. E’ stato messo su un aereo a Fiumicino).

         

Vero o falso quindi? L’articolo pubblicato ieri dal giornale britannico è scarno di dettagli e purtuttavia parte da due dati di fatto solidi. I combattenti dello Stato islamico di nazionalità tunisina formano uno dei gruppi più numerosi di reduci e alcuni di loro sono in cerca di una nuova destinazione dopo le sconfitte subite dal gruppo islamista in Iraq, in Siria e in Libia. Secondo due rapporti pubblicati a novembre e gennaio dall’analista Alessandro Boncio dell’Arma dei carabinieri i foreign fighter tornati in Tunisia dall’Iraq e dalla Siria sono circa ottocento e assieme ai trecento tornati nei Balcani sono la minaccia più ravvicinata per l’Italia. A questi vanno aggiunti i tunisini andati a combattere in Libia: non si sa il numero di quelli che sono tornati ma i partiti erano circa millecinquecento secondo i dati del governo tunisino.

      

Il secondo dato accertato riguarda l’esistenza di un traffico di clandestini diverso da quello dei barconi sovraccarichi che si staccano dalla Libia: questo secondo traffico parte dalle coste della Tunisia e dell’Algeria, si serve di imbarcazioni molto più veloci e tende a evitare di consegnarsi alle navi dei soccorritori, per evitare l’identificazione dei passeggeri. Questi cosiddetti “sbarchi fantasma” sono più organizzati e più costosi per chi li intraprende.

      

Se la lista dell’Interpol fosse confermata, sarebbe un salto di livello per il lavoro dei servizi di sicurezza italiani. In questo momento gli individui tenuti sotto sorveglianza sono circa trecento, assieme a milleduecento luoghi cosiddetti “d’interesse”. I foreign fighter tornati dal medio oriente e presenti in questo momento sul territorio italiano sono una decina. Cinquanta tunisini specificamente incaricati di compiere attentati in Europa sarebbero un aumento enorme e improvviso del carico.

         

Il Guardian scrive che il luogo di partenza dei terroristi è Ben Guerdane, città tunisina al confine con la Libia che per anni è stata un centro di smistamento dello Stato islamico. Il padre fondatore del gruppo, Abu Mussab al Zarqawi, quando combatteva contro gli americani in Iraq nel 2004 ebbe a dire che “Se Ben Guerdane fosse vicina a Falluja, avremmo già liberato tutto l’Iraq”. Ma è un nome così ricorrente che è scontato e non aggiunge indizi utili a questa storia.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.