La Catalogna è bloccata, ma la vecchia classe dirigente non si smuove

Eugenio Cau

Roma. Se si tralascia per un attimo la cronaca politica quotidiana, si può dire che in Catalogna tutto è fermo da più di tre mesi: l’agognata indipendenza non si è avverata, l’articolo 155 che ha commissionato il governo locale è ancora in vigore dal 27 ottobre, le elezioni di dicembre hanno replicato la composizione delle forze preesistente, con la stessa, traballante maggioranza secessionista. Parte della vecchia classe dirigente indipendentista è in esilio in Belgio con l’ex governatore Carles Puigdemont, parte è in prigione a Madrid con l’ex vice Oriol Junqueras – e tutto sembra immobile. L’attività legislativa a Barcellona è ferma da più di un anno, ché gli indipendentisti avevano trascorso tutto il 2017 a concentrarsi sul referendum di ottobre senza pensare a nient’altro, e l’unica cosa che si muove sono le aziende che trasferiscono la loro sede fuori dalla Catalogna, anche se il flusso è rallentato dopo la prima ondata.

   

La giornata di ieri avrebbe dovuto spezzare questo immobilismo. Il nuovo e giovane presidente (indipendentista) del Parlament, Roger Torrent, barba alla moda e giacche tagliate strette, aveva indetto una seduta d’investitura per il nuovo governatore. La maggioranza indipendentista avrebbe votato il nuovo leader di tutti i catalani e sbloccato la situazione. Unico candidato: Carles Puigdemont, vale a dire il più immobile di tutti, confinato in Belgio dalla minaccia dell’arresto immediato da parte della polizia spagnola per ribellione. Gli ultimi giorni sono trascorsi tra appelli da parte indipendentista a concedere un qualche genere di salvacondotto all’ex governatore per tornare a Barcellona e assumere il suo secondo mandato, oppure tentativi di iniziare un improbabile governo via Skype. Ma nel fine settimana il Tribunale costituzionale ha detto che non c’è niente da fare, non si nomina un presidente in absentia, e che a Puigdemont non sarebbe stato consentito di assumere la presidenza nemmeno se si fosse consegnato volontariamente alla giustizia spagnola. Torrent ha accarezzato per un po’ l’idea di fare lo stesso una seduta plenaria e di nominare in ogni caso Puigdemont come governatore, ma da Madrid il governo gli ha ricordato del suo predecessore, Carme Forcadell, che per trovate simili ha rischiato di finire in prigione (l’ha scampata solo dopo aver abiuirato la causa indipendentista davanti a un giudice). Così il giovane Torrent ha deciso: rimandiamo tutto, ma Puigdemont rimane il nostro candidato – in pratica, la garanzia perfetta che tutto rimarrà bloccato. Ieri, fuori dal Parlament di Barcellona, i manifestanti indipendentisti hanno protestato contro la pavidità di Torrent, ma tutti sanno che ormai la via per l’indipendenza è bloccata: non c’è possibilità che Puigdemont torni a essere governatore, anche se riuscisse a farsi trasportare a Barcellona dentro al bagagliaio di un auto per ricevere l’investitura il 155 ricadrebbe subito sulla Catalogna.

  

Secondo il Confidencial, giornale sempre molto informato sui retroscena politici, la maggioranza dei parlamentari indipendentisti ormai è stanca di questa situazione. Sottovoce dicono tutti che Puigdemont dovrebbe farsi da parte, lasciare che governi qualcun altro e porre fine alla farsa del “governo legittimo” in esilio. Il discorso si amplia quando quegli stessi parlamentari scontenti iniziano a dire che serve un cambiamento di classe dirigente. Che l’indipendentismo concepito da Puigdemont non ce l’ha fatta, e che se anche la Catalogna vorrà riprovarci in futuro, non lo potrà fare con questi leader. Certo, la durezza e a volte l’isteria di Madrid non aiutano a rendere più facile la situazione. Ma per sbloccare la Catalogna bisogna iniziare dalla classe dirigente.

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