Che cosa ci dice della Polonia e della sua leadership la legge sulle responsabilità sull'Olocausto

Micol Flammini

Roma. Il Parlamento polacco cerca di fare i conti con la storia, o forse di non farli. Così, sostenere che la Polonia abbia avuto qualche responsabilità con l’Olocausto e i crimini compiuti durante la Seconda guerra mondiale potrebbe diventare reato. La legge varata dal PiS, il partito Diritto e Giustizia attualmente al governo, deve ancora essere approvata dal Senato e firmata dal presidente della Repubblica, ma è già passata venerdì scorso alla Camera.

   

“Un tempismo particolarmente sorprendente e sfortunato”, ha notato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, osservando che l’approvazione è arrivata proprio alla vigilia della Giornata della Memoria. La legge vuole punire chi, in patria o all’estero, attribuisce alla Polonia la responsabilità, o la corresponsabilità, dei crimini compiuti dai nazisti e come pena prevede la detenzione, fino a tre anni, o una multa. “La legge va cambiata”, ha detto Netanyahu, che ha subito chiesto dei colloqui privati con il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki.

     

“Il problema non è che il PiS sta cercando di riscrivere la storia”, ha commentato Barbara Engelking, professoressa di Sociologia presso l’Università di Varsavia e direttrice del Centro studi sull’Olocausto. “Il partito di Kaczynski ha un atteggiamento infantile nei confronti del passato nazionale, non ci si può nascondere dalla nostra stessa storia”. Quello tra i polacchi e i nazisti è un rapporto storiograficamente complicato, a volte frainteso o sottovalutato, che nei decenni ha portato a varie interpretazioni e come fa notare la professoressa Engelking: “Dal 1989 la società polacca fu spinta a una comprensione profonda e dolorosa della propria storia nazionale del Ventesimo secolo e in particolare della Shoah”.

   

Emersero molte sfumature, contraddizioni e ombre. I campi di concentramento erano su tutto il territorio polacco, quelli di sterminio di Sobibor e Treblinka o quello di prigionia di Majdanek non erano distanti dal centro delle città, i cittadini non potevano non sapere, hanno obiettato molti storici. “Ci stiamo nascondendo e questo è un atteggiamento tipico di un popolo poco maturo – dice Barbara Engelking – Il PiS sta cercando una via di fuga dalla storia. Parla di recupero dell’identità polacca, ma questa è un’identità infantile”. Secondo Yad Vashem, l’ente nazionale per la memoria della Shoah di Israele, la legge sopprime la libertà di ricerca e limita la formazione di un dibattito costruttivo sul tema, anche la Fondazione Helsinki per i diritti umani a Varsavia ha delle riserve simili. “Con la minaccia di sanzioni o del carcere è normale che ci si occuperà sempre meno di Olocausto e, in generale, di sterminio degli ebrei polacchi”, afferma la professoressa Engelking.

    

Nel 2000 Jan Gross, storico nato a Varsavia e professore all’Università di Princeton, aveva scritto un libro dal titolo “Neighbours”. Documentava un massacro avvenuto nella cittadina di Jedwabne, dove nel 1941, i cittadini polacchi uccisero i loro vicini ebrei. Fu un’opera importante che aprì la strada a tante altre ricerche sul tema della responsabilità polacca. “Se questa legge verrà firmata dal presidente Andrzej Duda, non avremo più ricerche del genere. Non solo da parte dei polacchi, ma anche gli studiosi internazionali preferiranno occuparsi di altro. Il rischio di impoverimento culturale è enorme e coinvolge tutti”.

   

In un suo articolo sul Financial Times, Jan Gross racconta di aver ricevuto insulti e minacce per aver raccontato il passato “che alcuni polacchi non volevano conoscere”.“La Polonia non vuole avere nulla a che vedere con l’Olocausto – spiega Engelking – Sa che è un periodo terribile della storia nazionale, quindi il partito Diritto e giustizia punisce chi racconta ai polacchi quelle verità che non vogliono sentire. Non è ancora negazionismo. E’ paternalismo”.

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