Israele, l'oasi nel deserto delle dittature

Giulio Meotti

Roma. I diritti civili e politici in Turchia si sono talmente degradati sotto il presidente Recep Tayyip Erdogan che il suo paese è entrato ufficialmente nel club delle dittature, secondo un nuovo rapporto sulle libertà della ong Freedom House, considerata un punto di riferimento per gli standard di libertà democratica nel mondo. Per la prima volta dal 1999, cioè da quando la ong stila la propria classifica, la Turchia diventa “non libera” perdendo il suo status di “parzialmente libera”. “Attacchi alla stampa, agli utenti dei social media, ai manifestanti, ai partiti politici, al sistema giudiziario e al sistema elettorale”, elenca la ong americana, accusando il presidente Erdogan di “imporre un controllo personalizzato sullo stato e la società”. “La sua risposta al colpo di stato del luglio 2016 è diventata una tentacolare caccia alle streghe, con l’arresto di 60 mila persone, la chiusura di oltre 160 media e l’imprigionamento di 150 giornalisti. I leader del terzo partito in Parlamento sono in carcere e quasi 100 sindaci in tutto il paese sono stati sostituiti”.

 

Proprio ieri è arrivata la notizia che Ankara ha deciso di estendere lo stato di emergenza per altri tre mesi, spingendo l’opposizione a parlare di “colpo di stato civile” in corso da parte di Erdogan. Il rapporto di Freedom House ha dipinto un quadro cupo dello stato della libertà in tutto il mondo, constatando che per il dodicesimo anno consecutivo si è verificato un “declino della libertà globale”. Insieme alla Turchia, altri 70 paesi hanno subìto riduzioni importanti dei loro diritti politici e civili, mentre solo 35 li hanno migliorati. Il rapporto stima che circa il 39 per cento dei 7,6 miliardi di persone nel mondo vive in paesi liberi, rispetto al 24 per cento in paesi parzialmente liberi e al 37 per cento in paesi non liberi.

 

Freedom House accusa l’Amministrazione Trump di ritirarsi dal suo ruolo di garante della libertà democratica nel mondo. Israele si conferma il solo paese libero della regione, anche se ha visto un leggero calo nel suo rating del 2017 “a causa della nuova legislazione volta a imprimere restrizioni alle organizzazioni non governative e negando loro l’accesso al supporto internazionale”. Nel 2016, Israele ha trasformato in legge la norma sulle ong, che aumenta i requisiti di trasparenza delle organizzazioni che ottengono la maggior parte dei loro finanziamenti da governi stranieri (in gran parte europei). E la scorsa settimana, il governo israeliano ha pubblicato un elenco di organizzazioni (c’è anche Bds Italia) che promuovono il boicottaggio e ai cui membri Gerusalemme impedirà l’ingresso nel paese. Israele si difende dicendo che anche altre democrazie hanno norme che impediscono l’ingresso a determinati individui e organizzazioni (l’Inghilterra l’ha applicata a blogger come Pamela Geller, a politici come Geert Wilders e a islamisti di diverso tipo). Nel complesso, tuttavia, Israele ha mantenuto il suo rating di “paese libero”, registrando un punteggio complessivo di 79 su 100, in calo di un solo punto rispetto agli 80 dell’anno scorso. Al contrario, la Cisgiordania – controllata da Israele e amministrata dall’Autorità palestinese – ha ottenuto sette punti (la peggiore cifra possibile) per i diritti politici e cinque per le libertà civili. Questo ne fa un paese “non libero”, dittatoriale. Stessa valutazione per la Striscia di Gaza controllata da Hamas, anch’essa “non libera”.

 

Freedom House registra anche il “forte calo democratico” in Tunisia nel 2017, che minaccia di declassare l’unico paese nel mondo arabo vagamente libero. Malissimo va anche l’Arabia Saudita, nonostante la promessa di riforme del principe Bin Salman. Lo scorso 9 gennaio era il terzo anniversario dell’incarcerazione del blogger Raif Badawi. I sauditi marciavano a Parigi dopo la strage alla redazione di Charlie Hebdo, ma in patria preparavano la frusta per i propri dissidenti. Dal rapporto di Freedom House, Israele si conferma l’unico paese libero e democratico in un oceano che arriva fino all’India, dove in questi giorni è in corso la storica visita del premier Benjamin Netanyahu, la prima di un premier dello stato ebraico. Israele e India, due democrazie che fronteggiano il radicalismo islamico.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.