Sentite le voci della piazza iraniana?

Daniele Raineri

Roma. Chissà se adesso che lo gridano i cittadini scesi a protestare nelle strade iraniane e a fronteggiare la repressione (ci sono dodici morti) per il quinto giorno consecutivo suonerà più credibile una delle grandi verità del medio oriente: l’Iran sta dilagando nella regione perché spende cifre enormi all’estero per finanziare campagne di espansione aggressiva. “No a Gaza, no al Libano, no alla Siria: la mia vita per l’Iran” e anche “Noi non siamo filoarabi, siamo iraniani” sono gli slogan espliciti che si sentono in piazza contro il governo di Teheran, accusato di dilapidare risorse per creare e mantenere eserciti irregolari che partecipano alle guerre nei paesi arabi vicini, a scapito dei cittadini lasciati a cavarsela con un’economia di ristrettezze. La vittoria nella guerra civile in Siria, la presenza fortissima in Iraq e in Libano, le intromissioni generose nella Striscia di Gaza e in Yemen sono state comprate da Teheran a prezzo carissimo e si capisce che gli iraniani – soprattutto quelli che stanno dalla parte sbagliata dello stipendio medio nazionale di undicimila e cinquecento euro l’anno – siano imbufaliti.

 

Quanto il governo abbia speso negli ultimi anni è materia opaca, le Guardie della rivoluzione (che hanno un ruolo di comando negli interventi militari all’estero) non ci tengono a pubblicare rendiconti di quanto investono in queste campagne. Le stime tuttavia sono interessanti. Secondo l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, il neutro Staffan De Mistura, l’Iran ha speso nella guerra civile in Siria una cifra tra i cinque e i ventinove miliardi di euro l’anno. Per avere un termine di paragone, l’intero budget militare dell’Iran è di tredici miliardi di euro l’anno. Del resto le guerre esterne sono costosissime: i cinquantamila uomini delle milizie filoiraniane in Siria prendono una paga di duecentocinquanta euro, il che vuol dire che soltanto loro costano ogni mese dodici milioni e mezzo di euro. Teheran inoltre regge in piedi di fatto la macchina statale della Siria del presidente Bashar el Assad prestando una quantità enorme di denaro senza una vera garanzia di vederlo tornare indietro: nel 2013, quando le cose per Assad andavano molto male, concesse un credito per più di ottocento milioni di euro e nel 2015, prima dell’intervento russo – quindi quando ancora l’esito della guerra civile era un’incognita –, concesse un credito ancora più alto di circa tre miliardi di euro. Quei soldi furono usati dal governo siriano anche per comprare beni di consumo iraniani, quindi in un certo senso tornarono all’economia dello stato sponsor, ma per adesso e fino a quando le condizioni in Siria non saranno stabili più che di un prestito si tratta di un investimento a fondo perduto.

 

Veniamo al gruppo libanese Hezbollah. Due anni fa il leader Hassan Nasrallah, durante un discorso in tv, disse che imporre sanzioni economiche contro imprenditori ed enti del Libano per ostacolare le attività di Partito di Dio è inutile perché “tutti i soldi che abbiamo ci arrivano dall’Iran”. Fu un’ammissione importante e scontata. Hezbollah fu fin dall’inizio una creazione del governo iraniano, grazie a un budget annuo che la Cia americana nel 2010 valutò tra gli ottantatré e i centosessantasei milioni di euro – gli analisti libanesi tendono più verso questa seconda cifra della forchetta. C’è da considerare tuttavia che queste stime risalgono a prima che Hezbollah cominciasse a combattere con migliaia di uomini in Siria. Secondo una valutazione fatta quest’anno dall’esercito israeliano di quest’anno, adesso i soldi dell’Iran per Hezbollah sono arrivati a seicentonovantuno milioni di euro l’anno. Tanto per fare un paragone, il budget stanziato dopo il terremoto 2016 dal governo italiano dopo il terremoto per realizzare opere pubbliche contro il dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza delle scuole è di ottocento milioni di euro.

 

Questa somma potrebbe essere compresa nel budget della guerra siriana (anche se non lo crediamo, perché si tratta di due operazioni militari e politiche distinte, quella in Libano risale a molto prima). Non comprese nel bilancio ci sono le spese per i due gruppi palestinesi più forti della Striscia di Gaza, Hamas che prende quarantuno milioni di euro l’anno e il Jihad islamico che prende cinquantotto milioni di euro (quest’ultimo di più perché in questi anni non si è mai ribellato all’Iran). Non ci sono valutazioni disponibili per l’impegno in Yemen, che è in uno stadio ancora molto discreto.

 

Correzione: la versione originale del pezzo conteneva un paragone con il budget del sistema scolastico italiano, ma il paragone non aiutava perché avevamo sbagliato la cifra.

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