Così la Haley si intesta la battaglia (virtuosa) contro le inefficienze dell'Onu

Paola Peduzzi

Milano. I paesi membri delle Nazioni Unite hanno raggiunto un accordo per il budget del 2018-2019: 5,4 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti hanno fatto una campagna per introdurre dei tagli sostanziali, che ora valgono 285 milioni di dollari, ma che potrebbero in seguito aumentare. C’è una questione di efficienza, e ce n’è una più ideologica, che riguarda il ruolo dell’America all’interno di un consesso che ha spesso votato – e operato – al contrario di quel che l’America avrebbe voluto. L’ultimo scontro riguarda, come si sa, Gerusalemme e lo spostamento dell’ambasciata statunitense nella capitale di Israele (ora è a Tel Aviv). L’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, Nikki Haley, che è di fatto il ministro degli Esteri americano visto che al dipartimento di stato Rex Tillerson è mezzo esautorato, ha usato toni minacciosi nei confronti dei paesi che hanno votato contro la mozione americana su Gerusalemme (128 contrari, 9 a favore), e nei confronti delle Nazioni Unite tutte: “Non lasceremo più che qualcuno approfitti della generosità del popolo americano – ha detto la Haley – Potete essere certi che ci occuperemo di aumentare l’efficienza dell’Onu e continueremo a proteggere i nostri interessi”.

     

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Le parole della Haley e la minaccia della scorsa settimana – prenderemo nota di chi ci vota contro – hanno suscitato molte polemiche, che rientrano nella generale insofferenza che molti paesi hanno nei confronti dell’Amministrazione Trump e della sua vena isolazionista – l’uscita dall’accordo sul clima, le dichiarazioni sulle spese per la difesa all’interno della Nato e via dicendo. Che gli Stati Uniti trumpiani vogliano operare fuori dai consessi istituzionali è piuttosto evidente, così come è chiaro che c’è una corsa, in un certo senso pure virtuosa, a riempire il vuoto che l’America lascia nel mondo (il più virtuoso è il francese Emmanuel Macron, il più opportunista è il russo Vladimir Putin).

 

Ma sull’Onu e in particolare sulle questioni legate a Israele non si può parlare soltanto di isolazionismo, c’è molto di più, e cioè la volontà americana di far valere il peso anche ideologico – preferiremmo dire ideale, se non fosse che nella confusione trumpiana gli ideali spesso si perdono – dei propri contributi: se si vogliono i finanziamenti americani, che oggi contano per il 28,5 per cento degli interi contributi, è necessario dare seguito alle priorità americane, che nello specifico riguardano la difesa e la sicurezza di Israele. E’ un bene che la portavoce di questa campagna sia la Haley che certamente avrà delle ambizioni personali – anche lei riempie dei vuoti, Donald Trump è un generatore di vuoti straordinario – ma che in questo 2017 è stata la garante di una visione idealista della politica estera, in cui il ruolo americano non si riduce a un mantenimento prudente dello status quo, ma si allarga a battaglie umanitarie contro i soprusi di regimi violenti – vedi la Siria. Se all’investimento dell’America nell’Onu si unisce un principio umanitario (che nasceva come una forma di liberalismo, ma ormai si parla di quindici e più anni fa) la linea dura della Haley non è soltanto minacciosa, non è soltanto un segnarsi i nomi degli alleati infidi, ma un tentativo di provare a trovare un nuovo allineamento nella gestione delle crisi e delle guerre nel resto del mondo.

  

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Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha detto che l’efficienza è importante per il funzionamento dell’organismo, così come anche alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno dichiarato che i tagli possono essere produttivi se non inficiano la capacità di controllo e di intervento delle Nazioni Unite. Resta un pregiudizio negativo nei confronti degli Stati Uniti: si tratta di rappresaglia, dicono molti paesi membri, mentre la base trumpiana si scandalizza, tutto al contrario, del fatto che l’America stia ancora dando tanti soldi a un organismo inutile come l’Onu. Il dibattito è soltanto all’inizio, ma se la Haley riesce a introdurre un meccanismo più virtuoso all’Onu si potrebbe addirittura iniziare a colmare anche il vuoto lasciato dal multilateralismo ipocrita, che non è certo nato con Trump.

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