La partita di Rajoy

Giuliano Ferrara

Mentre Oriol Junqueras si abbuffa in carcere di “entrecot y profiteroles”, buon peso non mente, Carles Puigdemont da Bruxelles invita a un vertice in esilio con la sua frangetta il capo del governo spagnolo, quello di Madrid, Mariano Rajoy, che gli risponde inflessibile: “Fossi matto”. Situazione perfettamente cervantina a Barcelona, dopo le elezioni: c’è un Don Chisciotte ai ceppi che se la gode, un Sancho vorace che chiama el gobierno all’impossibile dialogo con el govern, un Cavaliere dalla Faccia di Luna che si ribadisce nel suo essere e nella sua funzione vendicativa. Ma fuori di romanzo e metafora tutto è chiaro.

  

La maggioranza assoluta separatista c’è e non c’è, ai furbi dell’indipendentismo servirebbero i voti degli anarco-comunisti della Cup, almeno due, e la vittoriosa maggioranza relativa di Ciudadanos, unionismo estremo di orientamento liberale, indica che nella società catalana è in atto, nonostante la campagna martirologica dei secessionisti, un meccanismo di sblocco potenziale, almeno psicologico. Si può dire che i problemi restano quelli del giorno precedente il voto: chiunque abbia nelle mani la Generalitat e dalla sua il vento del consenso popolare, la secessione si potrebbe ottenere solo in due modi, con una guerra civile vittoriosa, che non sembra nelle cose e al massimo appare come la ripetizione della storia in forma di farsa, la guerra civile col cerchietto, oppure cambiando la Costituzione con una maggioranza legale acconcia, e anche questa è una eventualità che non sembra essere nelle cose.

 

Dunque si riparte dalla nuova disponibilità, se ci sia, ad affrontare la crisi non unilateralmente e non illegalmente da parte dei secessionisti che si retrogradano a catalanisti, che è una cosa sostanziale e un bel vedere, ma fatta salva l’unità dello stato, fino a nuovo ordine della Guardia Civil. Intanto l’economia reale e finanziaria vota come sempre con le gambe: se salgono i distruttivi scendono le azioni e fuggono le imprese, comprensibilmente. Niente di nuovo rispetto al recente passato.

   

Di Rajoy si dice che ha perso perché il suo partito, i Populares, ha ceduto parte consistente del suo elettorato ai Ciudadanos, e si ritrova con pochi seggi nel Parlamento catalano. Vabbè, diciamo che ha pagato l’incombenza di un ruolo giustiziere e repressivo che non è fatto per incantare le folle, e che è rimasto stretto tra chi lo vuole più morbido e negoziatore e chi più duro e intrattabile. 

  

Però Rajoy, al cui ruolo è associata inevitabilmente l’azione che non guarda in faccia a nessuno condotta con pugno di ferro dai tribunali dello stato di diritto, e la simbolica galera inflitta dai giudici ai libertari delle Ramblas, non era fatto per una prestazione regionalista di successo, la sua partita è quella della nazione e dello stato, i conti saranno regolati in altra sede. E intanto, per quante critiche gli si possano rivolgere, resta l’uomo di stato che ha bloccato la fuga in Europa tentata dai separatisti, isolandoli; che ha messo il timbro dell’inaccettabilità su una campagna che parlava di libertà e di autonomia, ma a vanvera; e che ha manovrato la forza con un puntiglioso e perfetto ritardo, ogni volta, sul momento topico, fino a ottenere una specie di mezza riconversione del separatismo alla vigilia delle elezioni imposte dall’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, con esproprio provvisorio dell’autonomia catalana.

 

E’ uno che non si affretta, che non passa facilmente dalla parte del torto, così cara ai rivoluzionari, che ha saputo fare le cose giuste al momento giusto senza lasciarle degenerare, pagando qualche prezzo in efficacia rispetto alle strade diritte e alle scorciatoie. Ce ne fossero, di uomini di stato così. E speriamo che se ne configurino nel fronte dei suoi avversari, perché sebbene la faccenda dopo le elezioni sia ritornata al punto di partenza, con qualche cambiamento in meglio, la sbandata in questi casi è sempre dietro ogni curva.

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