Il fantasma di un'inchiesta mostruosa alimenta il clima isterico del Congresso

Mattia Ferraresi

New York. Mezzo secolo fa Richard Hofstadter parlava dello “stile paranoico della politica americana” per descrivere le iperboli cospirazioniste che si annidavano nelle mente di politici che vedevano ovunque minacce e fantasmi. Era l’America della seconda ondata della “red scare”, della “segregation forever” del democratico George Wallace e delle venature populiste del senatore repubblicano Barry Goldwater. Nei tempi dell’incontrollato twittare presidenziale, di ingerenze russe per interposte fake news e della nuova inquisizione sulle molestie sessuali, lo stile paranoico è più vivo che mai. Soltanto che la paranoia, in alcuni casi, non sembra il frutto di un’esagerazione.

 

Da giorni un fantasma di aggira per il Congresso americano. E’ una voce, una soffiata su una inchiesta giornalistica di dimensioni ciclopiche che potrebbe travolgere una ventina di rappresentanti di entrambi gli schieramenti, naturalmente sulla questione delle molestie sessuali. Non si sa quando l’inchiesta arriverà al pubblico, non sa chi è sotto accusa, non si sa nemmeno esattamente quale sia il media che ha gettato la rete più grande nel grande mare del sessualmente inappropriato – quando si è iniziato a rumoreggiare su Weinstein si parlava del New Yorker e del New York Times, ci si chiedeva quale dei due fosse sulle tracce del produttore. La risposta era: entrambi – ma la percezione chiara è che l’accetta improvvisamente s’abbatterà su Capitol Hill.

 

Le fonti riferiscono di uno stato di agitazione diffuso negli uffici di deputati e senatori, dove da settimane portavoce e comunicatori chiedono ai loro datori di lavoro se sanno di avere qualche scheletro nell’armadio, in modo da strutturare preventivamente una strategia difensiva. Sempre ammesso che una buona squadra di avvocati e comunicatori possa qualcosa contro la furia delle baccanti. Politico scrive che la domanda che ossessiona i congressmen in questi giorni non è “voterò a favore della riforma fiscale?”, ma “chi è il prossimo?”.

 

E’ l’effetto naturale di tutte le campagne inquisitorie, dove l’indagato è automaticamente colpevole. Dopo aver inizialmente detto che aveva diritto a un giusto processo, da parte della commissione etica ed eventualmente nei tribunali competenti, i senatori democratici hanno scaricato e chiesto le dimissioni del collega Al Franken, il quale protestava la sua sostanziale innocenza. L’abbandono di Franken prima di un giudizio indipendente sull’accaduto ha reso immediatamente tutti i rappresentanti del Congresso più vulnerabili. Il più liberal e femminista dei senatori, accusato di abusi molto meno gravi di quelli contestati, per dire, a Weinstein, è stato sacrificato senza appello dai leader del suo partito, che speranza hanno gli altri di sopravvivere a eventuali accuse? Basta una pressione minima per scivolare nel dirupo. Dopo Franken sono caduti anche due deputati democratici, John Conyers e Ruben Kihuen, e due repubblicani, Trent Franks e Blake Farenthold. Joe Barton, del Texas, si è dimesso dopo che alcuni suoi messaggi compromettenti sono stati pubblicati online.

 

Le istruzioni di usare il metro della tolleranza zero sono state prese dal Partito democratico talmente sul serio che in Kansas una candidata al Congresso locale, Andrea Ramsey, è stata sfiduciata dal partito e costretta a ritirarsi perché è stata accusata di abusi sessuali da un uomo, un suo sottoposto quando era nel settore privato. Nel caso più estremo di questa ondata di accuse, un deputato del Kentucky, Dan Johnson, si è ucciso dopo essere stato accusato di avere molestato una ragazza di diciassette anni.

 

La paranoia di Washington riguarda anche il timore di essere incastrati. La bufala che ha colpito Chuck Schumer, capo dei senatori democratici, aveva le gambe corte, ché i falsari che hanno fabbricato carte di tribunale erano maldestri. Due blogger di destra hanno amplificato le accuse contro di lui, ma un esame abbastanza elementare del materiale ha svelato il trucco. Il clima generale, paranoico dettato dal timore di finire impigliati nella rete, però, non è un fake.

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