"Ha stato Putin?" Sì

Sulla disinformazia russa non guasta fare meno battutine e più attenzione

Daniele Raineri

Roma. Ovviamente appena un argomento serio tocca la politica italiana si sgonfia e perde di credibilità. Sta succedendo così anche con il dossier gigantesco che riguarda la disinformazione russa – un dossier che non è spuntato fuori da adesso: è un problema da anni – che qui da noi è finito in mezzo al dibattito che precede le elezioni del 2018 e quindi è stato svilito e spernacchiato come se fosse un’invenzione scema, una bischerata di cui farsi beffe. “Ha stato Putin”, dicono quelli che si credono furbi e si danno di gomito.

  

“Ha stato Putin” però è una freddurina che non fa ridere, la campagna di disinformazione russa bene organizzata e ben finanziata esiste. L’Agenzia di ricerca internet conosciuta anche come Glavset o come “la fabbrica dei troll di San Pietroburgo” dove più di mille dipendenti stipendiati dal governo di Mosca si danno il cambio ogni giorno per disseminare propaganda: è reale. I russi che ci lavorano e sono pagati per fare finta di essere americani e spargere commenti su Twitter e Facebook: sono reali. Il rapporto delle agenzie di intelligence americane che nel 2016 conclusero che il governo russo ha diretto un’offensiva a favore di Donald Trump durante le elezioni e che questa campagna include sia l’hacking dei computer del Partito democratico (e guarda un po’, nulla sui repubblicani) sia la circolazione deliberata e abnorme di notizie false: è reale pure quello. Gli esempi pacchiani di disinformazia del Cremlino sono da anni discussi e smascherati, molto prima che in Italia si cominciasse a parlarne in modo superficiale. Quando un aereo di linea con 283 passeggeri a bordo fu abbattuto nel luglio 2014 vicino al confine fra Ucraina e Russia, il ministero della Difesa russo ha offerto molte spiegazioni alternative e fantasiose – e tutte sbugiardate – per coprire il fatto che l’aereo è stato colpito da un missile terra-aria russo che operava in una zona controllata dai separatisti filorussi, come hanno stabilito i periti della commissione d’inchiesta olandese che si è occupata del caso (perché la maggior parte dei passeggeri era olandese). 

 

La proposta da parte del governo malese di un tribunale internazionale per indagare sui responsabili è stata approvata a maggioranza dal Consiglio di sicurezza, ma la Russia ha messo il veto quindi non se ne fa nulla. Quando nel settembre 2015 gli aerei russi hanno cominciato a bombardare in Siria, la Difesa russa ha messo i video su internet e ha detto che stavano colpendo posizioni dello Stato islamico, ma gli esperti hanno visto subito che il terreno raccontava un’altra verità: in alcuni casi gli obiettivi erano in zone non controllate dallo Stato islamico, ma tirare in ballo sempre lo Stato islamico suonava meglio con l’opinione pubblica. Quando nell’aprile di quest’anno un jet siriano ha sganciato una bomba con agente nervino su un villaggio e ha ucciso quasi cento civili il governo russo ha sposato subito una storia convoluta e pazzesca – “la bomba ha casualmente centrato un deposito segreto di agente nervino dei ribelli” – ma è stato smentito dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, che però è stata sciolta a novembre perché la Russia ha messo il veto sul prolungamento del mandato per investigare.
Insomma, la disinformazia russa non decide le sorti del mondo – dalla Brexit alle elezioni americane al referendum in Italia del 4 dicembre 2016 – come dicono qui in Italia soprattutto quelli che vogliono buttare tutto in burla. Ma è un fattore da tenere d’occhio. Lo spiega di nuovo la giornalista di lingua russa Julia Ioffe sulla rivista americana The Atlantic, in un pezzo di ieri: Vladimir Putin non è questo eccelso manipolatore che governa le elezioni altrui – sarebbe essere troppo generosi con lui – è più semplicemente uno che ci prova, uno scommettitore che ci tenta e che a volte vince.

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