La tentazione di Berlusconi su Gerusalemme

Giuliano Ferrara

Berlusconi ha la tentazione di dire: Gerusalemme è la capitale di Israele, ovvio, e alla fine questo è l’unico solido messaggio di pace, l’unico rilancio di una possibile politica di negoziato bilaterale dopo tanti fallimenti, a patto che si faccia strada la vecchia idea italiana e mia di un Piano Marshall per la Palestina. La tentazione lo pervade intimamente, tanto è vero che ha scelto a lungo di tacere. Ci sono ragioni di prudenza legate alla posizione dell’Unione europea, ma alla fine la responsabilità di governo che Berlusconi si sente addosso, comunque poi vada a finire, è al momento temperata dal formidabile effetto di legittimazione politica di una vecchia posizione pro Israele ma non anti arabo-palestinese che fu una costante della sua politica estera negli anni d’oro. Ora che il problema Putin è stato sistemato con un giusto e ovvio ridimensionamento delle incaute e un po’ frescone affermazioni di Jo Biden sull’interferenza kagebista nel referendum del dicembre, ora sarebbe il momento.

 

Su Donald Trump Berlusconi è sempre stato attento e cauto, spiritoso ed elusivo. Sa di essere il suo vero anticipo sulla scena mondiale, e modello, ma in una forma compatibile, plebiscito popolare usato in senso istituzionale, sia pure con una lingua pop che non è mai stata di legno. Sa di essere stato uguale e diverso dal suo successore in chief, come fenomeno televisivo e industriale che si appropria di una grande retorica riformatrice e della politica tradizionale, sconvolgendola, ma in un quadro di mitezza, di alleanze spericolate (Lega e neofasci) che riconciliano e integrano gli estremisti invece di aizzarli e blandirli da mane a sera. Su Israele c’è tuttavia una netta analogia psicologica, prepolitica, di bandiera e di iniziativa. Dunque: perché no? Perché non dire scandalosamente e à contrecoeur che la realtà di Gerusalemme capitale di Israele è un fatto e che è da lì che bisogna ripartire con negoziati e armeggi di pace?

 

E’ la domanda che nel suo intimo, e nel suo inner circle, Berlusconi oggi si rivolge. L’effetto sarebbe clamoroso, ma non da fuochi d’artificio, sarebbe un modo di affacciarsi sulla scena europea e mondiale con un punto di vista fresco, non banalmente onusiano, da parte di un leader che negli anni scorsi è sempre stato dall’altra parte, e in modo netto, rispetto alla linea culturale della delegittimazione e del boicottaggio, perfino, di Israele. E metterebbe in imbarazzo, ma senza asperità che a Berlusconi oggi non convengono, la classe dirigente governativa del Pd. Quanto a Grillo, è un pasdaran iraniano ad honorem, non fa testo, come in mille altri casi, è out. Può essere che alla fine tutto venga risistemato all’insegna della pigrizia e del tran tran. Già una volta, sulla storia della inverosimile Costituzione europea, un processo malamente guidato in Italia da Giuliano Amato e Gianfranco Fini (ohibò), il Cav. si fece fregare, nonostante buoni suggerimenti in contrario, e per fare la padrona di casa nell’anniversario dei patti di Roma fu costretto a seguire i protocolli di una cosa che non sarebbe mai avvenuta, e fu smentito dai referendum francese e olandese nel giro di pochi mesi, con un certo sensibile danno per la sua autonomia di movimento. Può essere che l’inerzia prevalga ancora, ma è certo che Berlusconi alla battaglia contro Netanyahu e Trump sulla questione di Gerusalemme non ci crede, e magari la sua generosa vecchiaia potrebbe suggerirgli uno scatto di gioventù. Chissà.

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