L'Intifada dell'Onu contro Israele

Redazione

Nikky Haley, la combattiva ambasciatrice americana all’Onu, ha detto quello che ai frequentatori del Palazzo di Vetro non piace sentire, e cioè che le Nazioni Unite hanno “fatto molto di più per danneggiare le prospettive di pace in medio oriente anziché farle avanzare”. Ha anche aggiunto che gli Stati Uniti non staranno più zitti mentre l’Intifada in guanti bianchi attaccherà in quella sede Israele né si siederanno più allo stesso tavolo con quei paesi che non hanno alcuna credibilità nel trattare le questioni che riguardano israeliani e palestinesi. Un discorso serio e di buon senso. La reazione, annunciata e temuta, non s’è fatta attendere e la vecchia Europa, anziché intestarsi una battaglia di civiltà per fare di Gerusalemme, capitale d’Israele, una città aperta a tutti e internazionale, ha scelto la strada dell’Intifada politica, fatta di documenti di condanna aperti alla firma di chi ci vuole stare. Proponente è la Francia, che ha scritto la bolla anti israeliana (“we disagree”, si legge nella prima riga) e subito a essa si è allineata l’Italia che ancora per poco siederà nel Consiglio di sicurezza. Contro Israele si sono schierati, nella migliore tradizione europea, anche la Svezia e il Regno Unito. Tutti uniti nella condanna di Israele e della decisione del Congresso americano di due decenni fa poi messa in pratica da Donald Trump. Dopo il boicottaggio, le bizzose delibere dell’Unesco e le roboanti dichiarazioni antistoriche, ecco concretizzarsi un atto diplomatico di rara e grave irresponsabilità. Una scelta della quale non si sentiva proprio la mancanza.

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