Egemonia cinese

Redazione

Ci sono alcune notizie che arrivano dalla Cina a cui diamo distrattamente poca attenzione, ma che in realtà fanno parte dell’enorme dispiegamento di forze messo in piedi da Pechino per l’egemonia asiatica –  e non solo. Del resto, l’influenza è tutto. Domenica scorsa si è chiusa nella capitale cinese la prima edizione del World Political Parties Dialogue, un forum organizzato dal Partito comunista cinese che promuove la “costruzione di una comunità che condivida il futuro dell’umanità”. Secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua hanno partecipato più di 120 paesi, con circa 600 rappresentanti provenienti da trecento diversi partiti politici internazionali. Il Partito comunista cinese dice di “non voler esportare il suo modello”, e ci mancherebbe, ma uno dei motivi dichiarati del summit riguarda la “condivisione di esperienze” tra partiti politici internazionali. E quindi, tra il Partito democratico dell’Uzbekistan, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope e il Partito Autenticità e Modernità marocchino, c’era pure una delegazione del Partito democratico italiano, guidata dalla vicepresidente della Camera Marina Sereni. Salutata felicemente dalla Cina pure la presenza dell’ex premier Romano Prodi, che ormai è di casa a Pechino (lo scorso anno, a una riunione simile, aveva partecipato Massimo D’Alema, “un vecchio amico del popolo cinese”, scriveva allora il Quotidiano del popolo). Il dialogo è certamente importante, a tutti i livelli. C’è da domandarsi, però, se davvero l’alternativa alla febbre da sovranismo, la risposta all’America First, sia prendere parte al soft power di Pechino.

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