L'ascesa dei populisti costa cara al leader degli alleati bavaresi di Merkel

Daniel Mosseri

Berlino. Due mesi dopo le elezioni del 24 settembre, le teste dei politici cominciano a rotolare in Germania. La prima a cadere, almeno a metà, è quella di Horst Seehofer. Leader assoluto del partito cristiano-sociale bavarese (Csu) e governatore del Libero Stato di Baviera dal 2008, Seehofer non sarà più candidato a guidare il ricco Land meridionale. Annunciata dallo stesso Ministerpräsident, la decisione mette fine a un braccio di ferro interno al partito avviato con la lettura dei risultati elettorali. A fine settembre la Csu ha fatto peggio di tutti, perdendo in casa propria il 10,5 per cento. Scivolando a quota 38,8 per cento – un risultato che sarebbe enorme in altri paesi, ma non in Baviera – i cristiano-sociali non hanno solo ottenuto il peggior risultato di sempre ma, peggio ancora, hanno aperto a incursioni sul fianco destro, con i populisti di Alternative für Deutschland (AfD) balzati improvvisamente a terza forza a livello regionale con il 12,4 per cento dei consensi. Fra meno di un anno i bavaresi sono chiamati a rinnovare il Parlamento di Monaco e la Csu ha deciso di chiudere con Seehofer per riparare al danno subito. A rimpiazzarlo sarà chiamato il ministro bavarese alle Finanze Markus Söder. A Seehofer, già ministro federale, già presidente del Bundesrat e financo capo dello Stato facente funzioni per un mese nel 2012, la Csu ha concesso l’onore delle armi: il leone bavarese dovrà dimettersi dalla guida del governo statale ma continuerà a occuparsi delle questioni federali, candidandosi così a diventare ministro nel prossimo governo Merkel, magari con il poco sostanzioso ma molto onorevole incarico di vicecancelliere.

  

L'importanza del compromesso politico spiegata con la lezione tedesca

In Germania i liberal-democratici e la SPD devono trovare il coraggio di spiegare alla gente perché l’accordo in cui ciascuna parte rinuncia a qualcosa in favore dell’altra è vitale per la democrazia

  

Seehofer viene così allontanato da Monaco e sospinto a Berlino fra le braccia della donna che, imponendo alla Germania un milione di ingressi di profughi, ha frantumato l’idillio Horst-bavaresi, diventati per protesta sostenitori di AfD.

 

Il partito populista, dal canto suo, ha appena celebrato i 92 deputati portati dentro al Bundestag con un congresso di due giorni ad Hannover. Scandita dalle proteste della sinistra radicale che definisce AfD un partito di fascisti, l’assise si è conclusa con l’elezione al comando del duo Jörg Meuthen-Alexander Gauland. 56 anni il primo e 76 il secondo, i due rappresentano l’anima nazionalista del partito, quella per cui la priorità è manifestare intolleranza per rifugiati e immigrati, per l’Islam in Germania, e per Angela Merkel e gli altri partiti. “Lemming”, li ha definiti Meuthen, ricordando che le acrobazie politiche per mettere in piedi il prossimo governo federale altro non sono che benzina versata sul fuoco di AfD. Mentre inneggia a “patria, Volk e tradizione”, AfD non illustra programmi di governo ma offre molta opposizione, dicendo no per principio a qualunque ipotesi di alleanza per amministrare comuni, Länder o, men che mai, lo Stato federale. E mentre ha difeso il controverso Björn Höcke, esponente di AfD stufo di una Germania che si sente colpevole dello sterminio del popolo ebraico, il duo  Meuthen-Gauland ha finto di fare chiarezza sull’Europa: “Non vogliamo uscire dall’Ue ma la vogliamo cambiare”.

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