La guerra in Iran ha spaccato il consenso repubblicano. Ora è in corso un riallineamento

Il conflitto contro Teheran è stata una delle cause della sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato. Trump difende la scelta di attaccare, ma nel mondo Maga crescono le divisioni. Dai candidati al Congresso a Tucker Carlson, fino al vicepresidente Vance, sempre più esponenti conservatori chiedono la fine della guerra
4 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 17:50
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(Foto Getty)

Intervistato dal Wall Street Journal nella notte, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha considerato il ruolo che la guerra in Iran ha avuto nella sconfitta senza appello dei repubblicani alle elezioni di metà mandato. “Penso che una parte di quello che è successo sia dovuto all’Iran”, ha detto il presidente americano. Ma, nonostante le sconfitte e la sua promessa in campagna elettorale di non imbarcarsi in nuove guerre in medio oriente, Trump ha nuovamente ribadito il fatto che attaccare la Repubblica islamica dell’Iran sia stata la scelta giusta, e ha ammesso che lo farebbe di nuovo.
Non la pensano come lui in molti: la campagna elettorale dei democratici, risultata a conti fatti vincente, ha martellato proprio sul costo della vita sempre più alto, dovuto a due decisioni riconducibili al presidente, i dazi e la volontà di intraprendere un conflitto armato con l’Iran. In molte sfide della campagna elettorale, i repubblicani hanno dovuto bilanciare il supporto alle politiche del presidente e il riconoscimento dei costi economici della guerra: alcuni hanno attaccato la decisione di Trump di aprire un fronte armato, ma lo hanno fatto troppo tardi. Ad esempio, la candidata al Senato in Iowa Ashley Hinson, da deputata ha votato sei volte contro le risoluzioni democratiche che avrebbero limitato l’abilità di Trump di svolgere operazioni militari, ma nell’ultimo mese ha cambiato posizione e ha affermato che “i cittadini dell’Iowa non dovrebbero pagare il costo del conflitto con l’Iran”.
Allo stesso modo, il candidato al Senato in Michigan Mike Rogers, falco a maggio, quando diceva che la guerra in Iran era un’operazione “win-win-win”, si è scoperto contrario alle operazioni militari a ottobre, chiedendo “una fine veloce del conflitto”. Anche il candidato in Texas Ken Paxton, nonostante in pubblico ancora a ottobre affermasse che “supportava tutto quello che il presidente faceva” in Iran, in privato, come ha fatto trapelare Axios, si lamentava del danno politico che la guerra stava causando al partito. Nel commentare la campagna elettorale lunedì, il governatore della Florida Ron DeSantis ha affermato che il conflitto è stato “un freno per i repubblicani”.
Negli ultimi mesi, la coalizione che aveva portato alla vittoria di Trump nel 2024 si era già profondamente incrinata proprio sul sostegno alle operazioni militari in Iran. Il fronte isolazionista del mondo Maga ha da tempo ripudiato il presidente per quello che vede come un vero e proprio tradimento. L’anchorman Tucker Carlson è oramai ai ferri corti con la Casa Bianca: due giorni fa ha addirittura scritto su X che Trump starebbe decidendo se usare una bomba atomica contro l’Iran entro il 7 novembre, affermando che “a non essere consultata è la popolazione globale”. Il complottista Alex Jones ha subito rilanciato il post di Carlson e ha affermato che, se Trump dovesse decidere di utilizzare un ordigno nucleare, dovrebbe essere rimosso attraverso il venticinquesimo emendamento, quello che trasferisce i poteri del presidente al suo vice in caso di voto a maggioranza dei membri del governo.
Per tutti questi mesi, Trump si è riferito a quest’ala dei conservatori come “non veri Maga”, reiterando il fatto che gli unici che possono definirsi tali sono quelli che seguono le indicazioni del presidente. Steve Bannon, in un’intervista con il Financial Times fatta poco prima delle elezioni, ha affermato che a breve il Partito repubblicano sarà impegnato in una guerra civile sul suo futuro, e che se Donald Trump dovesse riprendere le operazioni militari con l’Iran le persone impazzirebbero. A criticare il conflitto è stato anche Peter Thiel, venture capitalist e figura di riferimento della nuova destra tecnologica, che ha fatto trapelare come sia scettico sulla guerra e che, secondo lui, gli Stati Uniti non avrebbero mai dovuto aprire il fronte.
La spaccatura sul tema ha raggiunto le vette del Partito. Il vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance, già sostenitore della necessità di un accordo duraturo di pace con Teheran, è stato molto duro in un post su X. “Il problema più grave”, ha scritto, “è che molte persone che ci hanno votato nel 2024 hanno scelto i democratici nel 2026”. Ha poi affermato che gli elettori sono stati chiari, vogliono la fine della guerra, un’attenzione maggiore al costo della vita (che Trump ha più volte definito una fesseria) e un cambiamento delle relazioni con Israele. “La ragione per cui abbiamo perso è la guerra”, ha concluso Vance.