Una manovra prudente che non basta per rilanciare l’Italia. Parla Ignazio Visco

Investire sull’innovazione, sulla formazione e sui giovani per far crescere la produttività. L’agenda dell’ex governatore della Banca d'Italia
2 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 09:05
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Una manovra prudente non basta per rilanciare l’Italia. “Per consolidare i risultati ottenuti, anche sul costo del debito, è cruciale avere una prospettiva di crescita economica e di sviluppo sociale”, dice al Foglio Ignazio Visco, che ha guidato la Banca d’Italia dal 2011 al 2023 e ora ne è governatore onorario, commentando la legge di Bilancio approvata in Consiglio dei ministri la settimana scorsa. “Apprezzo senz’altro la prudenza del ministro Giancarlo Giorgetti e i risultati indubbi ottenuti anche sui mercati, che hanno consentito di contenere gli oneri da interessi sul debito pubblico. Ma provvedimenti ad hoc, con finanziamenti anch’essi ad hoc, non aiutano a esprimere questa prospettiva di crescita e sviluppo del paese”. Il ritorno delle richieste di “smontare la legge Fornero”, come proposto dal vicepremier Matteo Salvini, e la manovra che apre un fondo per interventi sull’uscita dal lavoro, sono degli esempi.
“Continuiamo a discutere di pensioni quando, con la riforma di quindici anni fa (la riforma delle pensioni del 2011, ndr), siamo stati in grado di mettere in salvo il sistema e rimettere a posto un problema che aveva rischi enormi. La gente non ha capito che deve ringraziare la legge Fornero. Il problema demografico è evidente: diventiamo più anziani e diminuisce la popolazione in età lavorativa, ma è il lavoro a produrre il reddito che sostiene chi è in pensione. L’aspettativa di vita però cresce, la salute migliora e molti lavori sono meno usuranti. Si può e si deve lavorare oltre l’età convenzionale dei sessant’anni, utilizzando le tecnologie anziché esserne utilizzati. Andare controcorrente, come vogliono fare in Francia e come a parole si continua a sentire in Italia, è uno sbaglio prospettico enorme”.
Visco invita a guardare alle proiezioni della spesa sociale: secondo l’Ageing Report 2024 della Commissione europea, nello scenario di base, la spesa italiana per pensioni, sanità, assistenza a lungo termine e istruzione, dopo un aumento nei prossimi decenni, scenderebbe dal 27,3 per cento del pil del 2022 al 25,3 nel 2070 – anno in cui sarebbe invece al 29,2 per cento in Francia, al 29 in Spagna e al 26,4 in Germania. “Le nostre spese sociali hanno una prospettiva più sostenibile di quelle della Francia e della Spagna e, nel lungo periodo, perfino della Germania, che non fa quello che sa di dover fare”, spiega Visco. Proprio il governo tedesco, dopo la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt a settembre, su richiesta del leader dell’Spd e ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, ha messo in discussione la riforma delle pensioni del programma del cancelliere Friedrich Merz: una revisione necessaria, ma estremamente impopolare in vista delle elezioni ad aprile in tre Lander (Saarland, Schleswig-Holstein e Nordreno-Vestfalia).
Le proiezioni della Commissione sopracitate, però, presuppongono per l’Italia un aumento medio annuo del pil potenziale dell’1,1 per cento: “Serve necessariamente crescere almeno dell’1 per cento. Dobbiamo farlo per forza per sostenere sanità, istruzione e previdenza pubbliche, con un settore privato complementare e non sostitutivo. Ma per creare reddito servono innovazioni che per ora non siamo in grado di fare. Possiamo aumentare la partecipazione di donne e giovani e aggiungere l’immigrazione. Ma non basta senza una crescita della produttività: servono innovazione e uno sforzo educativo straordinario”. Perciò Visco insiste sulla formazione e sui giovani: “Dare cento euro dalla nascita può essere interessante, ma non basta”, commenta riferendosi al fondo Inps Valore nuovi nati, proposto nella Finanziaria 2027: 100 euro all’anno fino ai 18 anni per i nuovi nati dal 2027. “Bisogna mettere a posto le scuole e investire nella formazione, insieme alle famiglie e alle imprese. I ragazzi che protestano hanno le loro ragioni, ma devono anche chiedere di studiare meglio e di più. I risultati sull’apprendimento sono deludenti: senza una cultura ampia, il rischio è grande. In una legge di Bilancio queste cose sono probabilmente difficili da leggere, ma io non le vedo in nessun programma di governo possibile”. Sul trattamento fiscale degli autonomi, invece, commentando la proposta in manovra di allargamento a 100 mila euro per il regime forfettario, Visco è critico: “Non è possibile avere diversi tipi di cittadini. Premiare l’evasione o cercare piccoli vantaggi evitando la progressività, in certi casi, è un errore. Bisogna fare un grandissimo sforzo verso l’uguaglianza tributaria”.
L’Europa intanto è attraversata dalla crisi energetica (oltre che politica, migratoria, demografica e abitativa). La stima preliminare dell’Istat per ottobre indica un’inflazione annua del 5,4 per cento, con i beni energetici in aumento in Italia del 31,4 per cento dal 22,6 di settembre: “La componente energetica pesa di più in Italia che in altri paesi – commenta il governatore onorario di Banca d’Italia –. L’inflazione di fondo (al netto dei beni energetici e alimentari, più volatili, ndr), invece, è rimasta sostanzialmente intorno al 2 per cento ed è più bassa di quella europea, al 2,5 a settembre. Abbiamo dunque un’inflazione effettiva alta, ma una di fondo più bassa: ciò vuol dire che i rincari non si stanno ancora trasferendo all’economia in modo generalizzato. Questo perché nonostante un’occupazione alta la domanda non è particolarmente forte e i salari reali non crescono perché non cresce la produttività”. Gli effetti di secondo impatto, quelli che rendono persistente l’inflazione attraverso la rincorsa tra salari e prezzi e preoccupano i banchieri centrali, “per ora non si vedono”, dice Visco. Nel 2022, spiega Visco, ci fu una fiammata che rientrò più velocemente: “Ora l’aumento sembrerebbe minore ma è forte, perché prolungato nel tempo”. Ed è proprio questo a rendere difficile il compito della Bce: “I conflitti non sembrano avviarsi verso una soluzione e una pace giusta. Se questi aumenti restassero ai livelli di adesso, nel giro di pochi mesi l’inflazione rientrerebbe – spiega Visco –. Il problema è se i mercati cominciassero ad aspettarsi a lungo un trasferimento dei rincari non solo del petrolio, ma di tutto ciò legato all’agricoltura: dei concimi, del grano e dei trasporti, con quest’ultimi difficili sia dal Mar Nero sia dal medio oriente: allora i prezzi rischierebbero di salire ancora”. Poi il governatore aggiunge: “L’Unione europea deve avere una voce più forte sui conflitti: siamo tra i più colpiti, ma siamo quelli che hanno meno voce in capitolo”.
Così Visco spiega il posizionamento della Bce: “I costi di questo choc esterno bisogna sopportarli, non si possono rimandare al mittente, c’è poco da fare. Ma invece di prendersela con la Bce come capro espiatorio, i governi devono assolutamente evitare che i bilanci pubblici vadano fuori linea”. Visco dice di aver apprezzato le recenti parole di Giorgetti, quando venerdì ha spiegato che per l’Italia la stabilità dei conti viene prima di qualsiasi politica economica. La crisi fiscale francese potrebbe provocare una crisi del debito sovrano come quella che lei ha affrontato da governatore a partire dal 2011? “Per ora no – risponde il governatore –. I mercati ci hanno riflettuto e giudicano che alla fine la Francia dovrà fare i conti con il suo problema di bilancio e aspettano le elezioni. In campagna elettorale sentiremo però cose assurde”. E spiega: “In Francia c’è ancora, paradossalmente, il conflitto tra salario e profitto, e non si guarda alla rendita, come se fosse l’ultimo paese in cui la lotta di classe è veramente sentita. Forse, se affrontassero questi problemi insieme all’Europa, sarebbe una soluzione ancora migliore”.
Sulle prossime elezioni, da quelle spagnole a novembre fino a quelle italiane e francesi nel 2027, dove per queste ultime Marine Le Pen è la favorita nei sondaggi, Visco commenta: “Il rischio maggiore è un risultato che spinga i paesi ad allontanarsi dall’Ue invece che ad avvicinarsi, proprio quando per crescere servirebbero sforzi europei anziché modesti investimenti nazionali. Io lo chiamo il paradosso della sovranità: uno pensa di essere sovrano a casa propria, ma se non c’è una sovranità europea non sei sovrano neanche in casa tua”.
Chi succederà a Christine Lagarde, che lascerà la Bce il 7 febbraio, dovrà trattare anche con quei governi. In pole ci sono Pablo Hernández de Cos, già governatore del Banco de España e oggi direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali (Bis), e Klaas Knot, già presidente della Banca centrale olandese: “Li conosco bene e posso dire che andrebbero bene entrambi. Sono anche meno diversi di quanto si dica. Da economista, forse De Cos è andato più a fondo; l’esperienza di Knot come banchiere centrale però è ampia. Sul piano analitico ho avuto forse più consuetudine con de Cos, mentre sulle decisioni mi sono trovato spesso d’accordo con Knot, con un’eccezione”. Le divergenze riguardarono i rialzi dei tassi dopo l’invasione russa dell’Ucraina. “Dicevo sì, ma tenendo presente che si potevano commettere errori in entrambe le direzioni. All’inizio Knot era forse più attento al rischio di un eccesso d’inflazione, agli effetti di secondo round. Contano le prospettive personali: nei Paesi Bassi Knot vedeva un’occupazione altissima e forti pressioni salariali, come del resto c’erano anche in Germania”. Su Knot aggiunge: “E’ molto assertivo ed è stato a lungo definito un falco, ma l’ho visto riflettere anche su convinzioni molto decise, confrontandole con quello che accadeva e ascoltando gli altri”.
Con i voti in Francia e Spagna e le prospettive di Le Pen e Vox, il successore dovrà difendere l’autonomia della Bce. “La Bce è sufficientemente indipendente. Il prossimo presidente dovrà saper comunicare, ascoltare e comporre le differenze nel Consiglio direttivo, composto anche dai vari governatori. Dovrà poi saper rendere conto delle decisioni al Parlamento europeo, non ai governi, dovrà saperle argomentare”. Proprio il merito che Visco riconosce a Lagarde: “Alcune sue affermazioni possiamo non averle condivise, molti l’hanno criticata perché non era un’economista. Ma ha fatto un lavoro egregio nel sintetizzare punti di vista diversi in tempi di crisi. De Cos è assolutamente in grado di dar conto delle decisioni. Knot potrebbe avere qualcuno che lo tira per la giacca, ma sarebbero entrambi adatti al ruolo”. Così Visco conclude: “Ci si può chiedere piuttosto: i governatori nazionali, nominati dagli esecutivi, saranno sufficientemente indipendenti? Io penso proprio di sì”.