La Bce lascia i tassi invariati, ma l’inflazione avvicina un’altra stretta. Lagarde e l’Eliseo

Le mosse della presidente tra le presidenziali e le crisi in Europa. Ma sul rischio di un contagio oltreconfine della crisi fiscale francese, Francoforte non ha ancora lanciato allarmi: è più preoccupata dall'inflazione energetica 

30 OTT 26
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Christine Lagarde ha spiegato ieri in conferenza stampa che la neutralità dei banchieri centrali è “il prezzo che paghiamo per essere indipendenti”. Lei ha deciso di smettere di pagarlo in vista delle elezioni francesi. Così lascerà la presidenza della Bce il 7 febbraio, nove mesi prima della scadenza, perché vuole “la libertà di parola, la libertà di espressione e la possibilità di intervenire su questioni che non riguardano la politica monetaria”. Fino ad allora, però, ha promesso di guidare la Bce, il cui Consiglio direttivo ha deciso ieri, all’unanimità, di lasciare i tassi d’interesse fermi, come proposto dagli economisti della Banca centrale: quello sui depositi al 2,5 per cento, quello sui rifinanziamenti al 2,65 e quello sui prestiti marginali al 2,90 per cento. Nonostante ciò, per stessa ammissione della presidente, i governatori dell’Eurozona hanno comunque discusso l’opzione di un rialzo dei tassi, vista un’inflazione che corre più delle aspettative. “Abbiamo guardato ai numeri, agli accresciuti rischi, all’inasprimento finanziario legato ai tassi a lungo termine”, ha spiegato Lagarde. Alla prossima riunione della Bce, se le tendenze saranno confermate, “il senso della direzione è piuttosto chiaro”, ha aggiunto. 
Dunque, dopo i rialzi di giugno e settembre, questa pausa non chiude la stretta monetaria. L’inflazione è salita dal 3,2 per cento di agosto al 3,8 di settembre, sopra il 3,6 previsto dalla Bce per fine anno, a causa dei beni energetici che sull’anno sono rincarati del 18,9 per cento. Le proiezioni di settembre della Bce per questo trimestre, nello scenario di base, ipotizzavano un Brent a 88 dollari al barile e il gas a 60 euro MWh; nello scenario avverso rispettivamente 99 dollari e 77 euro. Ieri mattina il Brent era stabile intorno ai 114 dollari e al Ttf di Amsterdam il gas viaggiava sui 97 euro MWh. Gasolio e benzina restano alti. “I prezzi dell’energia sono aumentati oltre il previsto”, ha sintetizzato Lagarde. Un inverno rigido non aiuterebbe di certo. Nello scenario grave, con petrolio a 132 dollari e gas a 130 euro, la Bce ha stimato un’inflazione al 5,4 per cento nel 2027 e una crescita allo 0,4, contro l’1,4 previsto trainato dagli investimenti nell’AI e dalla spesa per la Difesa e le infrastrutture.
Sul fronte mediorientale intanto la situazione non migliora. E il rischio maggiore arriva dopo il voto americano del 3 novembre, perché secondo il Wall Street Journal la Casa Bianca avrebbe chiesto a diversi paesi del Golfo di prepararsi a una campagna militare “breve e intensa” contro l’Iran. L’Arabia Saudita nei primi 22 giorni di ottobre, secondo i dati Vortexa riportati da Javier Blas di Bloomberg, avrebbe portato l’export di petrolio a cifre record: sopra i 7 milioni di barili al giorno, ai livelli pre guerra. Vendere più petrolio possibile prima che il conflitto riprenda, o prima che dallo Yemen gli houthi danneggino altri impianti energetici. Proprio come successo martedì, quando gli houthi hanno colpito a Ras Tanura una raffineria saudita capace di lavorare fino a 550 mila barili al giorno.
Perché non rialzare i tassi, allora? Perché secondo gli economisti, i due precedenti rialzi si stanno già trasmettendo al resto dell’economia. La Bce descrive inoltre un’economia ancora in espansione nel terzo trimestre, sostenuta dai servizi, dagli investimenti nell’AI e dalla spesa pubblica per infrastrutture e difesa. “Non vediamo rischi significativi di effetti di secondo impatto”, ha commentato Lagarde (scatenati, per esempio, dai rinnovi contrattuali che recuperano l’inflazione passata e imprese che scaricano sui listini il maggior costo del lavoro). L’inflazione di fondo, al netto dei beni alimentari ed energetici, più volatili, è al 2,5 per cento. Il Bank lending survey della Bce (condotto su 159 banche) ha invece rilevato che nel terzo trimestre del 2026 la domanda di prestiti era in calo in tutti i segmenti dell’economia, soprattutto a causa del rialzo dei tassi d’interesse. Famiglie che rinviano mutui, imprese che chiedono meno finanziamenti, ma soprattutto banche che diventano più selettive nel concedere il credito alle aziende (per i mutui, invece, i criteri di concessione sono rimasti invariati), a causa dei maggiori rischi finanziari percepiti e della minore disponibilità ad assumerli. Anche per le banche solide e redditizie pesa il rischio del credito: tra fine settembre e mercoledì, l’indice dello Stoxx Europe Banks ha perso circa l’8 per cento, mentre lo Stoxx 600 ha guadagnato l’1,5. Due direzioni ostinate e contrarie. Gli istituti bancari si aspettano comunque più domanda per finanziare i data centre per l’AI.
Lagarde ha poi ricordato a quei paesi con un alto rapporto debito-pil che i tassi potrebbero restare alti a lungo. Ieri, per esempio, lo spread tra decennali francesi e tedeschi era sui 155 punti base, contro gli 85 di inizio settembre. Ma sulla Francia, il principale malato d’Europa (fiscalmente parlando), il paese di cui da febbraio Lagarde vorrà “avere libertà di parola”, dove si vota il 18 aprile, dove le piazze chiedono le dimissioni di Macron e i sondaggi danno favorita Marine Le Pen, Lagarde ieri ha detto poco e nulla. Ha invece parlato di un rialzo dei rendimenti mondiale, “non soltanto in uno stato membro specifico”, e quanto al rischio di contagio oltreconfine della crisi fiscale francese, gli economisti della Bce non hanno ancora lanciato allarmi, sono cauti: si continuerà a monitorare.
Ps.: Prima di andarsene, Lagarde potrebbe mettere il suo marchio anche sull’euro digitale. La riunione di febbraio, l’ultima di Lagarde, potrebbe essere la prima dove la Bce può scegliere se emetterlo. Lascerebbe Francoforte abbastanza presto da entrare nella campagna elettorale francese e abbastanza tardi da legare il suo nome all’euro digitale.