Economia
L'INTERVISTA •
Tinagli: “Costruire non basta. Affitti brevi? L’innesco della speculazione”
Prima che scoppiasse il caso spagnolo, della gravità e della carenza di case in Europa si era già occupata la Commissione speciale del Parlamento sulla Casa, presieduta dall’eurodeputata dem: i prezzi sono cresciuti del 60 per cento in dieci anni. Ma nel prossimo bilancio Ue mancano le risorse
10 OTT 26

Irene Tinagli (Foto Ansa)
E quindi, sul banco degli imputati dell’enorme questione casa in Europa, sono finiti soprattutto gli affitti brevi. Sono loro, gli affitti brevi, che sono considerati innesco di speculazione senza controllo, di depauperamento dei centri storici, di crisi abitativa e persino economica dei paesi.
Il tema, al centro della politica spagnola di queste settimane, è stato anche al centro dell’ultima plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo. Lì, come per altro accade da mesi, le tensioni della politica spagnola si sono fuse con quelle europee e lì, il commissario Ue all’Housing, il danese Dan Jørgensen, è intervenuto per presentare la proposta di Affordable Housing Act, il testo che in via molto teorica dovrebbe aiutare a tenere sotto controllo i prezzi degli affitti nei centri urbani (nei quali, ha detto il commissario, i prezzi delle case sono cresciuti del 60 per cento in 10 anni).
E infatti, prima che lo sfratto di Maricarmen Abascal rendesse virale la questione e la trasformasse in perno della campagna elettorale spagnola, della gravità e della carenza di case in Europa, si era già occupata la Commissione speciale del Parlamento sulla Casa, presieduta dall’eurodeputata dem Irene Tinagli, la quale aveva messo in luce come la faccenda prescinda dai destini individuali di una singola signora anziana, ma sia una questione sociale che, nel tempo, diventa di competitività (per usare un termine caro a Ursula von der Leyen).
“Parlare di casa – dice Tinagli – implica toccare molti nervi scoperti dell’economia e della società. Non riguarda solo la questione di dove abitare e quanto costa costruirla. Ma riguarda la vita delle persone, il lavoro cui possono avere accesso, le opportunità che possono cogliere e, di conseguenza, creare. La casa – continua l’eurodeputata – non è un bene di consumo come un altro. Alterare le dinamiche sulla casa significa alterare le dinamiche sociali ed economiche di un paese: se una città, per esempio, ha grandi aziende o grandi università, ma non riesce ad attirare a sé ricercatori e lavoratori (per poi trattenerli), allora è l’intero ecosistema a sgonfiarsi. Si rischia di svuotare il motore produttivo dei paesi”.
Le ragioni alla base dell’inaccessibilità della casa e dell’aumento del 60 per cento dei prezzi in un decennio sono molte e difficili da districare. Ma Tinagli individua il problema in due peccati originali: uno della politica, l’altro del mercato stesso.
Per quel che riguarda la politica, dice Tinagli: “Abbiamo abbracciato con entusiasmo e anche un po’ di ingenuità le nuove piattaforme di sharing economy, senza renderci conto che queste stavano modificando dinamiche profonde delle nostre società. E, soprattutto, senza renderci conto del fatto che queste fossero delle ‘porte sul retro’ per l’arrivo di modelli speculativi che hanno alterato gli equilibri del mercato”. E qui sta il secondo peccato originale: “Non era mai successo, fino a tempi recentissimi, che la casa fosse uno strumento di rendita su scala così massiccia. Questo ha alterato il sistema e fatto saltare una specie di tappo sociale che aveva retto sino a qui”.
Ma quindi, davvero, il problema sono solo le piattaforme di affitti brevi? “Almeno in parte sì. Gli affitti brevi sono l’innesco della speculazione che sta svuotando di residenti i centri storici e di conseguenza ne sta depauperando il senso. E in questo senso vanno limitati, laddove possibile. Non stiamo parlando di limitare la proprietà privata, ma di regolarla, in modo che questa non leda gli equilibri sociali di città e nazioni. A New York, per esempio, è stato fatto”.
Ma c’è chi, come il Partito popolare europeo, sostiene che bisognerebbe costruire (anche alla luce della direttiva Casa green, con tutto quel che comporta in termini di spese). “Costruire sì, certo. Ma ricordiamoci che ci troviamo in un continente che ha già un alto tasso di urbanizzazione e che il terreno disponibile è quasi finito. Inoltre, costruire non basta. Occorre poi portare collegamenti, servizi, comunità nei posti dove hai costruito. E niente di questo è immediato. Sarebbe meglio recuperare l’esistente”.
Tutte cose per cui servirebbe un impegno politico e, horribile dictu, anche finanziario dell’Ue. Ma l’impegno politico, in un Parlamento balcanizzato, è difficile da avere. E quanto all’impegno finanziario, nella bozza del Bilancio Ue 2028-34, della voce “casa” non c’è traccia. “No, non c’è – conferma Tinagli –. Stiamo lavorando per ritagliare qualcosa dal fondo competitività, ma sarà complicato”.