Economia
L'analisi •
Europa e Istat, i capri espiatori di un deficit mancato per un decimale
La riduzione del disavanzo italiano è una buona notizia, anche se non consente ancora di uscire dalla procedura di infrazione. Deve essere di incoraggiamento a fare meglio l’anno prossimo, senza cercare scorciatoie
26 SET 26

Foto ANSA
Nel 2025 l’Italia non è riuscita a ridurre il disavanzo pubblico sotto il 3 per cento del pil. Non è dunque possibile uscire dalla procedura per deficit eccessivi, come si sperava.
La colpa, in prima battuta, è dell’Europa. In seconda battuta, della statistica. Questo è il succo del dibattito politico che ha seguito la notizia dei giorni scorsi. Niente di sorprendente. Fa comodo avere un capro espiatorio. E, tra i preferiti di molti esponenti politici e commentatori, c’è sempre l’Europa.
All’Europa si attribuiscono molte colpe. La prima è quella di essere troppo rigida. Il deficit italiano del 2025 è stato pari al 3,08 per cento del pil, arrotondato al 3,1. Dato che l’obiettivo è stato sfiorato di poco, si poteva – anzi, si doveva – chiudere un occhio.
In realtà, è da trent’anni che le regole europee sui bilanci pubblici vengono applicate allo stesso modo a tutti i paesi: il deficit viene considerato “eccessivo” se supera il 3 per cento. Tutti i responsabili di governo – a partire dal ministro tedesco Theo Waigel, che nel 1996 dovette varare una manovra in extremis a fine anno – sanno bene che “l’importante è che ci sia il due prima della virgola”. La flessibilità delle regole di bilancio europee esiste ed è stata applicata in passato. Non riguarda la soglia del 3 per cento, ma l’esclusione di determinati capitoli di spesa dal calcolo del deficit. Tale flessibilità deve però essere concordata in anticipo, non applicata ex post, quando l’obiettivo è ormai mancato.
L’altra colpa attribuita all’Europa è quella di non sospendere il Patto di stabilità nell’attuale situazione di crisi. Anche in questo caso, la possibilità di sospendere le regole europee esiste ed è stata applicata in passato, per esempio durante la pandemia. La sospensione è tuttavia soggetta a condizioni precise, attinenti in particolare al contesto macroeconomico, per evitare manipolazioni. Nonostante le tensioni geopolitiche e i rincari dei prodotti energetici, l’economia europea continua a crescere. Quella italiana cresce più del previsto e la disoccupazione è ai minimi storici. In queste condizioni, chiedere la sospensione del Patto significa perdere credibilità politica.
La terza colpa dell’Europa è quella di impedire all’Italia di attivare una politica di rilancio fiscale finché non esce dalla procedura per disavanzi eccessivi. Anche in questo caso, prevale l’ignoranza delle procedure europee. Innanzitutto, non è previsto – né sarebbe auspicabile – che un paese interrompa il percorso di risanamento una volta che il disavanzo pubblico è sceso sotto la soglia del 3 per cento, soprattutto se il debito rimane elevato. La traiettoria pluriennale negoziata dall’Italia con la Commissione europea e con il Consiglio dell’Unione europea prevede che la spesa netta continui a scendere in rapporto al pil, fino ad assicurare una riduzione del debito pubblico di almeno l’1 per cento all’anno. Ciò significa che il saldo primario di bilancio – ossia al netto degli interessi sul debito – deve continuare a migliorare nei prossimi anni, come previsto nel documento di politica economica e finanziaria presentato dal governo lo scorso anno.
I paesi che hanno un disavanzo inferiore al 3 per cento possono aumentare alcune spese senza che queste vengano contabilizzate ai fini della procedura per disavanzi eccessivi. Si tratta tuttavia di spese mirate, in particolare quelle militari e quelle per gli investimenti energetici, che comunque devono essere finanziate, in ultima istanza, con l’emissione di titoli di stato sui mercati finanziari.
Proprio dal punto di vista dei mercati, ciò che conta non è solo la procedura europea, ma soprattutto la dinamica del debito pubblico italiano, che è il più elevato d’Europa. L’esperienza mostra che, quando il deficit si riduce, come è avvenuto negli ultimi anni, lo spread tra i titoli di stato italiani e tedeschi cala. Quando invece il deficit è previsto in aumento, come avvenne nel 2018, durante il governo giallo-verde (Conte I), lo spread sale. In queste condizioni, invertire lo sforzo degli ultimi anni e far nuovamente aumentare l’indebitamento nel 2027 creerebbe forti preoccupazioni, come mostra il rialzo dello spread negli ultimi giorni verso i 100 punti.
In sintesi, chi sperava che l’uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi spalancasse le porte a una manovra di bilancio espansiva viveva nel mondo dei sogni.
L’altro capro espiatorio della mancata uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi è l’Istituto nazionale di statistica, colpevole di aver rivisto al rialzo le stime del pil degli ultimi dieci anni, per effetto di un cambiamento metodologico adottato a livello europeo. Se una analoga revisione si verificasse tra qualche anno – ha sostenuto qualcuno – potremmo scoprire, col senno di poi, che il disavanzo pubblico in rapporto alla nuova serie del pil del 2025 era inferiore al 3 per cento e che l’Italia avrebbe dovuto uscire dalla procedura per disavanzi eccessivi prima di quanto avvenuto. Questa tesi sembra tuttavia contraddire le leggi della matematica, in particolare il modo in cui il valore di una frazione (come quella tra il debito e il pil) varia al variare del numeratore e del denominatore. Come ha ben spiegato Luciano Capone su queste pagine, per far scendere il rapporto tra deficit e pil sotto il 3 per cento, il prodotto interno lordo del 2025 dovrebbe essere rivalutato di circa il 6 per cento. Una ipotesi poco realistica.
In conclusione, la riduzione del disavanzo italiano è una buona notizia, anche se non consente ancora di uscire dalla procedura di infrazione. Deve essere di incoraggiamento a fare meglio l’anno prossimo, senza cercare scorciatoie e senza dare le colpe ad altri.
