Destra e sinistra non capiscono che il deficit al 3,1% non dipende dalla crescita ma dalla spesa fuori controllo

Meloni se la prende con l’Istat, Conte con il governo. Entrambi guardano al pil anziché alle uscite. E sbagliano per banale aritmetica

24 SET 26
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Le letture di destra e sinistra sul deficit eccessivo di un decimale sono contrapposte ma uguali. E per questo sbagliate. In entrambi i casi, infatti, sia il governo sia l’opposizione attribuiscono il mancato obiettivo del 3 per cento del rapporto deficit/pil a una carenza di crescita. Cambia solo il responsabile: per il governo la colpa è dell’Istat che sottostima il pil nominale, mentre per l’opposizione è colpa del governo se il pil non aumenta abbastanza. Nessuna delle due analisi è corretta, perché la vera causa dello sforamento è la spesa. La questione non è tanto politica, ma aritmetica.
“Mi rammarica che nella stessa giornata in cui l’Istat dice che siamo a 3,08 per cento di deficit dice anche che rivede le stime della crescita del 2024” ha detto la premier Giorgia Meloni. “E’ accaduto ogni anno che dopo un anno sono state riviste in crescita – ha aggiunto la presidente del Consiglio – non so se l’Istat sottostima italiani o il governo, non vorrei che succedesse anche fra tre anni”.
Per l’ex premier e leader del M5s Giuseppe Conte, invece, i dati dell’Istat “confermano che 4 anni di tagli e austerità, crescita zero, record di pressione fiscale, corsa al riarmo e accordi disastrosi firmati dal governo lasciano l’Italia in gabbia e non ci permettono di uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo”. E, pertanto, chiede di cambiare registro: anziché spendere di meno per contenere il disavanzo, bisogna spendere di più per far aumentare il pil. Considerazioni analoghe provengono dal responsabile Economia del Pd, Antonio Misiani, secondo cui a far restare l’Italia nella procedura d’infrazione non è stata qualche spesa di troppo ma “alla crescita anemica del paese”. Questo risultato, ha detto Misiani in un’intervista a Repubblica, “evidenzia i limiti di una politica economica focalizzata solo sulla stabilità dei conti pubblici”.
Il filo conduttore del ragionamento di Meloni, Conte e Misiani è che sarebbe bastato un po’ di pil più per portare il deficit sotto il 3 per cento. Nessuno ha puntato il dito sull’aumento, non previsto, delle spese: +2,5 miliardi in più nella revisione del 22 settembre e +8,4 miliardi in quella del 22 aprile passato. Sono queste il vero fattore che ha fatto sballare le previsioni e mancare l’obiettivo del 3 per cento.
Alla base dell’errore di prospettiva c’è probabilmente la convinzione, aritmeticamente infondata, che nella definizione del rapporto deficit/pil la variazione del numeratore o del denominatore contino all’incirca allo stesso modo. Se anziché diminuire l’indebitamento, aumenta il pil il risultato non cambia. E invece cambia molto, perché per avere un effetto sul risultato la variazione del denominatore (pil) deve essere molto più ampia di quella del numeratore (indebitamento). In sostanza, se l’indebitamento cambia di 2 miliardi il rapporto deficit/pil cambia significativamente, mentre se è il pil a variare di 2 miliardi al rapporto deficit/pil non succede nulla di statisticamente rilevante.
E’ esattamente ciò che è accaduto con la revisione dell’Istat. Il pil è stato rivisto al rialzo di 7 miliardi di euro, mentre l’indebitamento è aumentato di 0,35 miliardi: il rapporto deficit pil è rimasto fermo al 3,1 per cento (anzi, se non si considera l’arrotondamento, è leggermente aumentato: dal 3,07 al 3,08 per cento). Al fondo sembra esserci la convinzione che basti un aumento dello 0,1 per cento del pil per far scendere dello 0,1 per cento il deficit. Ma basta prendere una calcolatrice in mano con i valori assoluti di indebitamento e pil per vedere che non funziona così.
Il deficit attuale al 3,1 per cento è frutto del rapporto tra un indebitamento di circa 70 miliardi e un pil di circa 2.265 miliardi. Per avere un deficit appena inferiore al 3 per cento, con un pil (denominatore) sempre di 2.265 miliardi, serve un indebitamento (numeratore) di 67,5 miliardi: sono i 2,5 miliardi di uscite che sono apparsi come spese impreviste per investimenti. Se invece volessimo arrivare a un rapporto deficit/pil appena inferiore al 3 per cento facendo aumentare il denominatore (pil) e lasciando il numeratore (indebitamento) a 70 miliardi, allora servirebbe un pil pari a 2.341 miliardi: ovvero 76 miliardi in più rispetto al livello attuale. Circa 3,5 punti di pil in più. Varrebbe a dire che, rispetto al pil del 2024 pari a 2.210 miliardi, nel 2025 in Italia ci sarebbe stata una crescita nominale del 6 per cento: oltre il doppio di quella effettiva.
Il governo non può davvero credere che l’Istat possa sottostimare così tanto la crescita che c’è stata, l’opposizione non può davvero credere che il governo avrebbe potuto far crescere l’economia a tassi cinesi. La realtà, invece, è che la ragione del deficit al 3,1 per cento non sta nella crescita inferiore alle attese ma nella spesa fuori controllo. E’ questo che la politica non vuole vedere, ma che la matematica non può nascondere.