Economia
Il buco nei conti •
Il deficit al 3,1 per cento non è un complotto dell'Istat ma un errore del Mef
Il problema non è tanto la procedura d’infrazione, quanto le spese fuori controllo del governo. Senza l’errore da 11 miliardi sulle uscite, il disavanzo sarebbe stato al 2,6%
23 SET 26

“Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat sul rapporto deficit-pil 2025”, ha detto ieri il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti subito dopo la diffusione dei Conti economici nazionali, che hanno confermato per il 2025 un deficit al 3,1 per cento. Detta così sembra colpa del destino cinico e baro. Giorgia Meloni invece se l’è presa con l’Istituto di statistica: “E’ accaduto ogni anno che dopo un anno sono state riviste in crescita, non so se l'Istat sottostima italiani o il governo e questo mi dispiace”. Ma la responsabilità è tutta al Mef. Perché con un controllo della spesa pubblica, il deficit sarebbe stato abbondantemente sotto il limite di Maastricht.
La revisione dei conti sembra mostrare un quadro identico a quello di aprile, quando l’Istat mostrò un deficit del 3,07 per cento (arrotondato a 3,1), per effetto di un aumento imprevisto della spesa per il Superbonus di 8,4 miliardi, che aveva più che compensato le maggiori entrate. Ora l’errore si è ripetuto. O meglio, si è amplificato.
I dati dell’Istat, infatti, hanno portato un paio di buone notizie per il governo. Il pil del 2025 è stato rivisto al rialzo di 7 miliardi (6.954 milioni) rispetto alle stime di aprile. E anche le entrate sono state superiori di 2 miliardi (1.991 milioni) rispetto ad aprile. Con solo queste due correzioni, l’aumento del denominatore e la riduzione del numeratore, il rapporto deficit-pil si sarebbe attestato al 2,97 per cento. Quindi sotto al 3 per cento, e l’Italia sarebbe uscita dalla procedura d’infrazione.
Il problema, però, è che rispetto alle stime di aprile, oltre al pil e alle entrate, sono aumentate anche le uscite: l’Istat ha registrato 2,5 miliardi (2.488 milioni) di spesa non prevista in conto capitale che, al netto di altri aggiustamenti su altre voci, ha fatto rivedere complessivamente le uscite al rialzo di 2,35 miliardi (2.346). Questo vuol dire che l’indebitamento netto – la differenza tra entrate e uscite – è aumentato rispetto ad aprile di 350 milioni a 69,7 miliardi, e il deficit si è attestato al 3,08 per cento (arrotondato a 3,1).
Insomma, in questi cinque mesi sono emersi altri 2,5 miliardi spesi un anno prima per investimenti di cui il governo aveva perso il conto. Com’è stato possibile?
L’errore dal punto di vista del controllo della spesa pubblica è grande. Si tratta di un decimale di pil, praticamente pari alla somma impiegata dal governo per abolire il bollo sulla prima auto per un anno. Ma la falla è gigantesca se si considerano le due revisioni nel complesso: tra la notifica sull’indebitamento di aprile, che ha rivelato una maggiore spesa in Superbonus di circa 8,4 miliardi, e la revisione dei conti nazionali di ieri, che ha scoperto maggiori uscite in conto capitale per circa 2,5 miliardi, si tratta di un errore complessivo di 11 miliardi di euro.
Vuol dire che lo stato ha speso 0,5 punti di pil senza rendersene conto. Praticamente mezza manovra di bilancio fuori dai radar del Mef e della Ragioneria generale dello stato. Ciò vuol dire che, senza questo errore, ovvero con un maggiore controllo delle uscite, il deficit del 2025 sarebbe stato di 59 miliardi di euro (invece di 69,7): non ci sarebbe stato bisogno di guardare né la prima né la seconda cifra decimale, perché il deficit sarebbe stato al 2,6 per cento. Abbondantemente sotto la soglia del 3 per cento. Garantendo, in questo caso sì, maggiori margini per la legge di Bilancio.
L’errore è stato ancora più macroscopico sul piano politico, perché così il governo Meloni ha trasformato un possibile trionfo in un fallimento. Sul piano economico un decimale non cambia nulla: un deficit al 3 per cento anziché al 3,1 non avrebbe regalato alcun “tesoretto” da spendere, dato che le regole europee prevedono un percorso pluriennale di aggiustamento basato sul criterio della spesa netta. Uscire dalla procedura per deficit eccessivo non avrebbe dato un bonus neppure sui mercati finanziari, perché il rendimento dei titoli di stato e lo spread non si muovono per un decimale di deficit. Ma uscire dalla procedura d’infrazione è, a un certo punto, diventato un obiettivo del governo: il simbolo di una politica di bilancio “prudente”, come ripete il ministro Giorgetti, che ha permesso dall’inizio della legislatura di ridurre meritoriamente il deficit da un abnorme 8,1 per cento a circa il 3 per cento.
L’uscita dalla procedura d’infrazione non era neppure prevista dalla Commissione europea per il 2025. E’ stato il governo, quando ha visto nel corso dell’anno scorso che le entrate erano aumentate in maniera consistente, a indicare la discesa sotto il 3 per cento con un anno di anticipo come un risultato a portata di mano. Praticamente raggiunto, visto che nella legge di Bilancio Meloni e Giorgetti avevano indicato per l’anno ormai concluso il 3 per cento di deficit come target. Eppure al Mef erano consapevoli che il dato era precario, visto che si trattava dell’arrotondamento di una stima del 3,04 per cento che, formalmente, neppure avrebbe consentito l’uscita dalla procedura d’infrazione (secondo le regole fiscali europee bisogna restare sotto la soglia: un pelo sopra, seppure al secondo decimale, non basta).
Quando ad aprile l’Istat ha certificato una stima di disavanzo del 3,1 per cento (3,07), la premier Meloni e tutta la macchina di comunicazione di Palazzo Chigi si sono scagliate contro l’istituto di statistica, colpevole di sottostimare il pil: sarebbero bastati 20 miliardi di pil in più ad avere un deficit al 3 per cento. Il problema non erano gli 8,4 miliardi di bonus edilizi scappati dalla stalla.
Il ministero ha passato i mesi successivi a cercare di limare le uscite del 2025 attraverso il lavoro dell’Agenzia delle entrate nell’individuazione di frodi sui crediti d’imposta edilizi. Nessuno si è però reso conto che, nel frattempo, il passato continuava a cambiare: sono spuntati altri 2,5 miliardi di spesa per investimenti imprevisti e non visti. Senza di quelli il deficit sarebbe stato sotto il 3 per cento. Qualcosa non funziona al Mef e il disastro del Superbonus lo aveva mostrato chiaramente, ma il problema non è stato risolto. Forse per tenere i conti sotto controllo c’è bisogno di un’Agenzia delle uscite.