Il paradosso di Torino: no a Leonardo, sì all’auto cinese (che si sfila)

Chi è temuto e addirittura bersagliato materialmente (dal circolo Askatasuna) lancia nuove occasioni per la città, chi è invocato e blandito come i produttori cinesi, invece, gli gira le spalle. Contraddizioni, ideologismi e qualche ingenuità

19 SET 26
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Foto ANSA

Pezzi importanti della società civile torinese, Cgil e Chiesa diffidano della riconversione dall’automotive alla difesa? Ebbene è di poche ore fa la notizia che uno dei big player dell’industria italiana, il gruppo Leonardo, ha deciso di investire a Torino quella che inizialmente si presenta come una piccola cifra (20 milioni) ma che è destinata a generarne 670 in tre anni. Gli stessi ambienti della società civile e la Fiom chiedono a gran voce che sbarchi a Torino un nuovo produttore di auto, stavolta cinese? Ebbene da Alfredo Altavilla, ex manager di Marchionne e ora special advisor del colosso cinese Byd di passaggio a Torino, è arrivata una secchiata di acqua gelida: “Per il nostro terzo stabilimento europeo dopo Ungheria e Turchia nella short list ci sono Francia e Spagna. Decideremo entro fine anno”. Ma che succede, si sono scambiate le posizioni? Chi è temuto, allontanato e addirittura bersagliato materialmente (dal circolo Askatasuna) ovvero il gruppo Leonardo lancia nuove occasioni per la città, chi è invocato e blandito come i produttori cinesi, invece, gira le spalle alla città e alla sua grande tradizione manifatturiera. Possiamo chiamarlo, volendo, il paradosso di Torino che continua ansiosamente a interrogarsi sul suo futuro e la sua identità ma mette in campo contraddizioni, ideologismi e qualche ingenuità.
Il gruppo Leonardo ha deciso per la propria filiera produttiva degli elicotteri di fare un’operazione di reshoring, di scendere dal 65 per cento di acquisti all’estero e rafforzare il retroterra domestico di piccole e medie aziende specializzate che entrano a far parte del suo parco fornitori. Così è stato annunciato per Torino, dove ben tre aziende in un solo colpo (la Apr di Pinerolo, la Mecaer Aviation Group di Borgomanero e la Tubiflex) saranno parte integrante della filiera elicotteristica Leonardo – tre le più qualificate al mondo – aggiungendosi alla Sabelt, già imbarcata per i sedili. Il dettaglio che forse farà riflettere quanti si sono indignati contro “Torino, città delle armi” è che i responsabili del gruppo Leonardo hanno dichiarato che “la filiera dell’auto e quella della difesa hanno tanti punti in comune e competenze simili” e quindi la riconversione non è una “coglionata”, come l’aveva bollata Maurizio Landini. Dopo le drastiche dichiarazioni di Altavilla il leader della Fiom piemontese, Giorgio Airaudo, è tornato a sostenere la necessità di attrarre comunque i cinesi. Che siano Byd o altri, poco conta. E stavolta ha accusato direttamente Stellantis di aver boicottato quest’ipotesi rifiutandosi di mettere a disposizione di Byd lo stabilimento ex Maserati di Grugliasco svuotandolo dei macchinari.
Il nodo difesa-auto non è il solo rebus che divide la città. Ha destato una certa eco il nuovo Rapporto Giorgio Rota, storico appuntamento di riflessione sul futuro sabaudo, che ha puntato il dito sull’immobilismo torinese che in quindici anni ha visto crescere il valore aggiunto pro capite di 188 euro contro i 10 mila di Milano nello stesso periodo. Non si tratta di declino, hanno sottolineato i ricercatori, ma di “lunga immobilità” che ha portato il territorio a crescere poco. Ora però Torino avrebbe una grande occasione visto che dovrebbero piovere sulla città entro il 2032 un volume di investimenti pubblici pari a 9,3 miliardi, una congiuntura paragonabile solo a quella che precedette le Olimpiadi invernali del 2006. Ma sapranno le classi dirigenti torinese cogliere l’occasione e usare la massa dei nuovi investimenti come catalizzatore di nuove attività o si finirà per usarli passivamente solo come un grande ammortizzatore sociale? I primi a porsi il quesito sono i diretti protagonisti. Intanto per non farsi mancar nulla gli incidenti scoppiati in Val di Susa quest’estate hanno riaperto la ferita Tav. La giunta regionale di centro-destra guidata da Alberto Cirio ha sostenuto con forza che si tratta di un dibattito inutile e costoso, i Cinque stelle hanno ribadito la loro ferma contrarietà e hanno accentuato la pressione sul Pd. Finito così tra l’incudine e il martello visto che i sindaci dem della valle sono rimasti sempre degli inguaribili No Tav.