Il Pd critica la mossa sul bollo di Meloni, ma la cultura delle coperture non appartiene a Schlein & Co

Tutto il campo largo è d’accordo su come spendere molti soldi, ma solo perché non dicono dove trovarli. E l’elenco della spesa è lungo 

18 SET 26
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La “abolizione del bollo sulla prima auto” approvata dal governo Meloni ha suscitato una critica fondamentale che, al di là del merito, riguarda il metodo con cui si fa la politica economica del paese. La misura, dal costo di circa 2,3 miliardi di euro, dura un solo anno: è prevista solo per il 2027, ha come copertura i risparmi del Pnrr. E’ un bonus provvisorio e non una riforma strutturale, che lascia un buco o comunque un’ipoteca sul prossimo bilancio: l’anno prossimo, il governo che uscirà vincitore dalle elezioni sarà costretto a dover trovare 2,3 miliardi di euro per evitare un aumento delle tasse. Il governo Meloni dice che la misura diventerà “strutturale” già tra qualche mese, con la legge di Bilancio. Vedremo. Ma al momento non è così, e pertanto la critica è valida. Anche se va contestualizzata.
Scaricare il costo di misure a termine sull’esercizio successivo non è una novità. Anzi, è stata a lungo una procedura ordinaria di gestire la finanza pubblica. Dal 2011 al 2021, molti l’hanno dimenticato, il bilancio dell’Italia è stato gravato dalle cosiddette “clausole di salvaguardia”: un meccanismo per far apparire i conti in ordine con l’Europa che prevedeva l’aumento automatico dell’Iva e delle accise sui carburanti per gli anni a venire, in assenza di coperture alternative.
Così ogni anno, a ogni finanziaria, i governi erano costretti a dover trovare decine di miliardi per “disattivare” gli aumenti di tasse, rinviando le “clausole di salvaguardia” all’anno successivo. Nel 2020 questo “pagherò” raggiunse la cifra record di 28 miliardi di euro, dodici volte il valore della sospensione del bollo meloniano e molto più in rapporto al pil (0,1 punti ora e 1,7 allora). A un certo punto le clausole di salvaguardia, che automaticamente si trasformavano in maggiore deficit, smisero di essere considerate come credibili dalla Commissione europea e sparirono.
Ci sono però altre misure che hanno seguito la stessa sorte, come la Sugar tax e la Plastic tax, introdotte nel 2020 dal governo Conte II e sempre rinviate. Da sei anni continuano a esistere solo formalmente, come finzione contabile di un’entrata futura, da disattivare ogni anno (circa 400 milioni di euro). In questo senso, l’abolizione provvisoria del bollo è una cattiva abitudine più che una brutta novità. Ma c’è, nella polemica sul bollo auto, una questione più profonda che riguarda la credibilità dell’opposizione. 
Pd, M5s e resto del Campo largo – incluso Matteo Renzi – colgono un elemento di verità quando definiscono l’abolizione temporanea del bollo una mossa elettoralistica. E certamente fanno bene a denunciare l’assenza di una copertura che renda il taglio delle tasse strutturale. Ma la critica si dimostra spuntata se vuole mostrare questo esecutivo come inaffidabile sulla tenuta dei conti pubblici.
In primo luogo perché il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è trovato a gestire una situazione sicuramente più complicata del rinnovo dell’esenzione del bollo. A fine 2022, il governo Meloni ha ereditato un bilancio pubblico con un deficit che era il più alto dell’Unione europea (8,1 per cento del pil) e sussidi energetici in scadenza per decine di miliardi (si pensi solo al taglio delle accise che costava quasi un miliardo al mese), senza considerare la bomba a orologeria del Superbonus. Dopo quattro anni, il governo di centrodestra si presenta ai mercati e agli elettori con un deficit ridotto di cinque punti (3,1 per cento) e a un passo dall’uscita della procedura d’infrazione. Non è un caso che, finora, l’accusa principale mossa dall’opposizione (e anche all’interno della maggioranza) alla politica economica di Meloni e Giorgetti è stata l’eccesso di “austerity”. Sostenere ora, all’improvviso, che il governo sia allegro sui conti pubblici per una misura coperta per un solo anno che vale lo 0,1 per cento del pil è un po’ contraddittorio.
Soprattutto perché, al momento, su questo tema il governo appare più credibile di chi si candida a sostituirlo. Il programma del centrosinistra è ancora in cantiere, molte sono le proposte condivise e tante sono le cose da definire meglio, ma se c’è una cosa che di sicuro manca sono le coperture di bilancio. Negli ultimi interventi pubblici, Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno avanzato molte proposte, ma non hanno mai detto come intendono finanziarle. Pd, M5s, Avs e Iv sono d’accordo su come spendere molti soldi, ma solo perché non dicono dove trovarli. L’elenco della spesa è lungo. “Se vinciamo, portiamo la spesa sanitaria al 7 per cento del pil”, ha detto alla festa dell’Unità Elly Schlein. Vuol dire, rispetto all’attuale 6,4 per cento, circa 15 miliardi di euro in più. Con quali risorse? Nessuno lo dice. Schlein ha depositato una proposta di legge che prevede l’aumento della spesa sanitaria al 7,5 per cento del pil (+26 miliardi), ma non è indicata alcuna copertura finanziaria. Pochi mesi fa, la segretaria del Pd aveva suggerito al governo di spendere 3 miliardi per assumere medici e infermieri abolendo il “bonus caldaia”. Ma quel bonus, introdotto quando il Pd era al governo, Giorgetti l’ha già soppresso due anni fa.
A marzo Pd, M5s e Avs hanno presentato una proposta di legge sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario che, secondo i loro calcoli, ha un costo di 0,6 miliardi: è stata bocciata dalla Ragioneria generale dello stato (Rgs) che, invece, ha stimato un costo di 24,8 miliardi. Una settimana prima, la Rgs aveva bocciato la proposta dei tre partiti del Campo largo sul “congedo paritario” perché per coprire il costo di 3 miliardi erano state indicate “misure indeterminate”.
L’anno scorso Schlein, Conte, Bonelli-Fratoianni e Renzi avevano proposto una “contromanovra” composta da 16 emendamenti comuni, che avevano un costo di circa 25 miliardi e coperture per appena 2. Se si sommano tutte le misure proposte dall’opposizione, lo spread tra promesse elettorali e coperture finanziarie supera agevolmente i 50 miliardi di euro. D’altro canto, più in generale, non è chiara la posizione del campo largo sulla fiscal stance del paese: Meloni e Giorgetti affermano che la prudenza di bilancio sia un valore in sé, anche a prescindere dalle regole europee; nel campo largo è prevalente la voce di chi descrive il Patto di stabilità come una gabbia da cui liberarsi e ricorda con nostalgia i tempi del Superbonus.
La critica al governo Meloni sul taglio provvisorio del bollo è corretta, ma proprio per questo – se presa sul serio – mostra un deficit di credibilità molto più grande nel campo largo.