La bicicletta è di Draghi, ma "l’Europa pedala dritta contro il muro della burocrazia"

Luis Garicano, economista della London School of Economics e direttore del Rhine Group di Draghi e Collison: "Le regole europee sono diventate un ostacolo per le imprese innovative. Dobbiamo tornare all’agenda di Roma: crescita, prosperità e mercato unico"
26 AGO 26
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Mario Draghi - foto LaPresse

Secondo la celebre metafora di Jacques Delors, "l'Europa è come una bicicletta, deve andare avanti: se si ferma, cade". Ma il problema in quest'epoca di grandi trasformazioni tecnologiche, dice Luis Garicano, è che l'eccessiva regolamentazione europea è diventata un ostacolo enorme per l'innovazione: "Stiamo pedalando verso un muro di burocrazia". Garicano, economista alla London School of Economics ed ex europarlamentare liberale, è il direttore esecutivo del Rhine Group (Gruppo del Reno), il think tank presieduto da Mario Draghi e Patrick Collison, il cofondatore della società di pagamenti Stripe. Qual è l'obiettivo dell'iniziativa? "La crescita e le riforme in Europa", dice Garicano al Foglio. "L'Europa si è concentrata sulle riforme dopo il Draghi Report, ma dopo l'elezione di Trump e le guerre, c'è stato un cambiamento di focus e una perdita di momentum per fare le riforme necessarie proposte da Draghi in quel rapporto".
È come se l'Europa fosse stata distratta dalle crisi e dalle emergenze. Perciò l'iniziativa del Gruppo del Reno viene vista come uno stimolo nei confronti della Commissione europea, che sembra aver rallentato il percorso di riforme indicato nell'agenda Draghi. "Non direi solo la Commissione, ma l'Europa in generale, inclusi i paesi europei – dice Garicano –. Succede anche nella vita personale, la reazione all'urgenza prevale sulle cose importanti. In questo caso, i problemi dell'Europa sono sia urgenti sia importanti e c'è un'agenda di riforme che deve essere attuata".
Nel manifesto del Gruppo, tra i cambiamenti che hanno reso l'ambiente globale più ostile per l'Europa sono indicati sia i dazi dell'Amministrazione Trump sia l'aggressiva penetrazione commerciale della Cina. Per l'Europa il protezionismo è qualcosa da cui difendersi, come nel caso di Trump, o un'arma per difendersi come nel caso della Cina? "La mia opinione personale – dice l'economista – è che l'Europa è stata costituita dai principi sanciti nel Trattato di Roma per cercare prosperità, apertura e integrazione. E questi principi sono ancora attuali. Dobbiamo combattere per l'apertura commerciale, ma dobbiamo enfatizzare la reciprocità. Sia nei confronti dei dazi degli Stati Uniti sia nei confronti della Cina, dove c'è una grande sovraccapacità di molte industrie che si sta riversando sui mercati europei in quello che molti chiamano 'secondo shock cinese'. Dobbiamo assicurare, in entrambi i casi, che le stesse regole si applichino a tutti".
Il Rhine Group, a differenza di molti think tank, che sono prevalentemente composti da accademici e politici, riunisce studiosi di primo livello (si pensi solo ai Nobel Philippe Aghion e Bengt Holmström) con fondatori di startup innovative, venture capitalist e imprenditori tradizionali. Un mix visibile dalla guida bicefala, la strana coppia Draghi e Collison, un veterano delle istituzioni europee e un giovane startupper. Come funziona la collaborazione tra mondi così diversi e spesso incomunicabili? "Non abbiamo iniziato a lavorare – risponde l'economista –. Ma l'obiettivo è avere insieme gli accademici che sanno fare l'analisi e le persone che conoscono i problemi del mondo reale. Imprenditori che conoscono settori specifici e che affrontano ogni giorno il bisogno di lavorare e di entrare nei mercati. Tutte queste persone hanno bisogno di una prospettiva reale e, allo stesso tempo, di avere persone che sanno come implementare il cambiamento. Inoltre, a volte noi accademici corriamo il rischio di pensare a grandi idee, ma senza sapere bene come realizzarle. C'è quindi bisogno di persone con esperienza politica, che hanno provato concretamente a fare le riforme. Sono tre elementi fondamentali: l'esperienza reale, gli aspetti analitici e il cambiamento delle riforme. Ed è ciò che ci distingue dalle altre organizzazioni".
Per anni l'Europa si è vista come una superpotenza regolatoria, si è cullata nel "Brussels effect", l'idea che le norme europee diventassero poi uno standard per il resto del mondo. Ora, con lo sviluppo delle nuove tecnologie e dell'intelligenza artificiale, c'è una sorta di delusione. Può l'Europa regolare l'innovazione che non produce? "Penso che sia stata un'idea folle", dice Garicano. "Questo processo ha prodotto imprese europee più piccole rispetto ai concorrenti mondiali. Basti pensare al Gdpr. Se sei Google è un costo di compliance sopportabile, ma se sei una piccola startup che cerca di crescere in Italia o in Spagna, i costi fissi del Gdpr sono un grande ostacolo. Lo spiega perfettamente un paragrafo del Rapporto Draghi. Alla fine queste regole sono un peso per le nuove imprese innovative europee e una protezione per i big americani della Silicon Valley". Serve quindi una stagione di deregulation? "Deregulation è una parola controversa. Il problema è che molta regolamentazione europea ha lo scopo di armonizzare le norme, ma non rimuove il livello nazionale che poi si aggiunge. Il risultato è una duplicazione delle regole e una frammentazione dei mercati. E la conseguenza è che le imprese europee non possono crescere e scalare".
Il manifesto del Gruppo del Reno dice che l'Europa deve "competere, costruire e crescere di nuovo". Cosa serve? "Concentrarsi sulla crescita. Ora l'Europa cerca di fare troppe cose, cerca di risolvere tutti i problemi del mondo, ma ha bisogno di tornare all'agenda di Roma: crescita e prosperità nel Mercato unico. Abbiamo abbandonato quella strada e rischiamo di perdere la capacità di innovare".