Economisti e startupper per riformare l’Ue: nasce il Gruppo del Reno

“Il declino non è inevitabile”. L’ex premier lancia il Rhine Group per riportare l’innovazione in Europa 

25 AGO 26
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Nel luglio del 2012 a Mario Draghi servì una frase sola per fermare la speculazione sull’euro. Le quattrocento pagine del rapporto che porta il suo nome, affidate nel 2024 alla Commissione, non hanno avuto lo stesso effetto dirompente sull’economia europea: troppo forti le divisioni tra gli stati membri e troppo debole la capacità politica di portare avanti le riforme. Così l’ex presidente della Bce ha deciso di provare una nuova strada per il rilancio dell’Europa: un think tank. 
Far discutere insieme chi decide, chi studia e chi produce, in modo da trovare le risposte per rilanciare l’Europa. Nasce così il Rhine Group, la nuova iniziativa costituita a Ginevra sotto la guida di Draghi e di Patrick Collison, ceo irlandese dell’azienda di pagamenti online Stripe (valutata circa 135 miliardi di euro), e diretta da Luis Garicano, economista spagnolo della London School of Economics.
L’organizzazione lavorerà a porte chiuse sotto le strette regole della Chatham House per garantire la massima libertà di discussione. I nomi che hanno accettato l’invito, come rivendica il manifesto dell’iniziativa, vengono da campi diversi, hanno opinioni diverse, ma condividono la caratura internazionale e – come ha sottolineato su X Garicano – la voglia di perseguire le riforme europee e l’agenda Draghi. Attorno al tavolo siederanno due premi Nobel per l’economia, il francese Philippe Aghion, premiato per i suoi studi sul rapporto tra innovazione tecnologica e crescita economica, e il finlandese Bengt Holmström, celebre per il suo contributo alla teoria dei contratti, insieme ad altri studiosi dal carattere istituzionale, come Pierre-Olivier Gourinchas, fino a due mesi fa capo economista del Fmi, e Benoît Coeuré, ex membro del Comitato esecutivo della Bce e oggi alla guida dell’Antitrust francese. Sul lato dell’imprenditoria privata ci saranno i vertici o i fondatori delle grandi aziende europee: dal campione tecnologico Siemens alla banca spagnola Bbva, dalle società di fintech come Klarna a quelle delle telecomunicazioni come Iliad e vari venture capitalist. Accanto a loro, poi, i vertici di Bruegel e del Cepr, i due principali centri di ricerca economica europei, accompagnati dalla presenza – insolita per un club che lavora a porte chiuse prima di pubblicare i propri studi – di due direttrici di giornali: Roula Khalaf del Financial Times e Zanny Minton Beddoes dell’Economist.
L’Europa, riconosce lo stesso Gruppo del Reno, “è in una posizione più difficile” rispetto a quando il Rapporto Draghi venne pubblicato – perché da quel settembre del 2024, ossia quando quelle 400 pagine furono consegnate a Bruxelles, si è mosso troppo poco mentre il mondo intorno non aspettava . Il Draghi Observatory dell’European Policy Innovation Council calcola che a luglio soltanto 60 delle 383 raccomandazioni censite (il 15,7 per cento) sono state attuate integralmente, con l’indice che si è mosso negli ultimi sei mesi di appena 0,6 punti percentuali. Il settore energetico ha per esempio una sola misura completata su 83, mentre nel campo della concorrenza delle sette raccomandazioni non ne è stata completata nessuna. Con criteri più ampi, l’Institut Montaigne stima un avanzamento medio del 30 per cento fino a maggio 2026. La Commissione europea, che quel Rapporto lo aveva richiesto, dal canto suo rivendica che il 90 per cento delle iniziative bandiera della sua Bussola per la competitività discende da quelle quattrocento pagine. In ogni caso, la sensazione è sempre quella di un’economia poco dinamica. La crescita resta bassa: nel secondo trimestre di quest’anno, il pil dell’area euro è aumentato solo dell’1 per cento rispetto a un anno prima.
“Il declino non è inevitabile, ma è la direzione verso cui ci stiamo dirigendo se non agiamo con urgenza” – si legge nel manifesto del Rhine Group – nonostante “per decenni, un mondo favorevole abbia attutito questo declino”: il commercio cresceva dentro regole multilaterali, l’ombrello di sicurezza americano liberava i bilanci della difesa. Le dipendenze sembravano reciproche “e quindi innocue”, ma oggi non possono essere più considerate tali. Gli Stati Uniti hanno imposto i dazi più alti dai tempi dello Smoot-Hawley Act del 1930, forse l’apice del protezionismo americano, mentre la Cina ora “è diventata un concorrente più agguerrito, sia nei mercati terzi sia dentro la stessa Europa”. “In ogni tecnologia emergente che segnerà i prossimi decenni, l’Europa è debole”, si legge nella pagina di apertura del think tank. “Il modello di crescita europeo sta svanendo e siamo sempre di più alla mercé di eventi esterni che non controlliamo”.
Per questo “i cittadini europei chiedono ai loro leader di alzare lo sguardo dalle preoccupazioni quotidiane verso un destino comune” e il gruppo vuole essere “uno dei luoghi dove quel lavoro comincia”, intervenendo nello spazio tra elaborazione delle sfide e attuazione delle risposte.