Il think tank di Draghi mostra la delusione per l’inazione dell’Ue a due anni dal Rapporto sulla competitività

Il Rhine Group fondato dall'ex premier e dal Ceo di Stripe, Patrick Collison ha concrete esperienze legate all’innovazione e alla finanza e ambizioni legate al rivitalizzare un ecosistema produttivo e tecnologico drammaticamente stagnante
25 AGO 26
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Foto LaPresse

"Delle cinquanta più importanti società del Tech al mondo, solo quattro sono europee”. Con questa dolente presa d’atto si apre il documento di fondazione e di presentazione del Rhine Group, il Gruppo del Reno, un think tank fondato ad agosto 2026 da Mario Draghi e dal Ceo di Stripe, Patrick Collison. L’esistenza dell’iniziativa è emersa alla luce grazie a un post su X, sempre più epicentro del dibattito istituzionale e tecnologico, da parte dell’economista Luis Garicano che del think tank è direttore esecutivo. Naturalmente di associazioni e di think tank abbonda qualunque orizzonte istituzionale ma c’è da scommettere che il Rhine Group farà vastamente parlare di sé. Innanzitutto per la partecipazione diretta e apicale di Draghi: non semplice voce nel coro, ma animatore di un gruppo che si riunisce, pur nella diversità di accenti e sfumature, proprio attorno il Rapporto Draghi sulla competitività del 2024 e la seguente Bussola per la competitività, adottata nel 2025, almeno su carta, dalla Commissione europea e rimasta vastamente inattuata.
Negli ultimi due anni, l’ex Presidente del Consiglio italiano ha cercato di animare il dibattito e di chiedere l’attuazione delle misure contenute nei suoi rapporti, con esiti non soddisfacenti. Dalla sua parte si è schierato il mondo produttivo europeo, soprattutto quello dell’innovazione tecnologica. Nel gennaio 2025, Ericsson e Nokia, due società leader della connettività, pur formalmente tra loro concorrenti, si sono unite nella pubblicazione di una lettera aperta rivolta alla Commissione europea al fine di una urgente adozione delle misure all’epoca indicate da Draghi. Nemmeno loro sono rimaste molto soddisfatte dalla risposta, sul campo, delle istituzioni euro-unitarie. D’altronde, come si rimarca sempre nella presentazione del think tank “la posta in gioco è esistenziale”. Il progetto politico-istituzionale europeo è a un bivio, nel cuore di un tornante storico davanti cui non ce la si può cavare con la mera retorica. Alla luce dei radicali cambiamenti di paradigma registrati a livello internazionale, l’accelerazione tecnologica, il ritorno sul palcoscenico della storia del lessico della forza, i rapporti transatlantici decisamente mutati, l’emersione prepotente della Cina, l’unico modo per competere in scenari simili è l’innovazione, quella vera, quella autentica. “Se la stagnazione proseguirà” si rileva “il Continente perderà progressivamente la sua capacità di sostenere i requisiti basici su cui si edifica uno stato moderno: la difesa, la sanità pubblica, le pensioni, l’educazione, investimenti climatici e circuiti di sostegno per chi perde il lavoro”.
Proprio per questo, un’altra caratteristica del gruppo certamente meritevole di menzione è la sua composizione. Non siamo cioè davanti alla solita associazione di teorici e accademici desiderosi di abbronzarsi durante qualche convegno. Ci sono accademici, certo, ad esempio Francesco Giavazzi e Francesco Decarolis, ma soprattutto ci sono imprenditori, a partire da Collison, amministratore delegato di Stripe. Nella lista dei membri figurano Andrea Pignataro, ceo di Ion Group e quarantaseiesimo uomo più ricco al mondo, il ceo di Bending Spoons Luca Ferrari, il ceo di Mastercard Michael Miebach, il ceo di APG GroupAnnette Mosman, il ceo di Celonis Bastian Nominacher, l’ex ministro delle Finanzew tedesco ora managing director di Morgan Stanley Jörg Kukies,il ceo del gruppo editoriale di Le Monde Louis Dreyfus, e altri. Un gruppo quindi che ha concrete esperienze legate all’innovazione e alla finanza e ambizioni legate al rivitalizzare un ecosistema produttivo e tecnologico drammaticamente stagnante. Nonostante non sia un partito è impossibile non leggere nelle parole che sottolineano la nascita del think tank e nella biografia dei membri una chiara impostazione che finirà con l’avere esternalità politiche, sia in chiave europea sia nell’ambito dei singoli stati. Non si pecca di eccesso di interpretazione se si sostiene che Rhine Group nasce dalla sfiducia per l’inerzia prolungata delle istituzioni europee e per l’inattuazione sostanziale del Rapporto Draghi.
Un altro aspetto che merita di essere rilevato è la curiosità che il post su X di Garicano ha suscitato in un particolare ecosistema, quello degli “accelerazionisti efficaci”europei, un insieme di imprenditori e tecnologi ispirati alla filosofia dell’accelerazionismo, cara da anni alla Silicon Valley e che da tempo chiedono in Europa drastica riduzione della burocrazia, innovazione tecnologica, ingegnerizzazione del circuito decisionale, emersione di un venture capital europeo incidendo anche culturalmente sull’avversione al rischio che contraddistingue gli europei. Con ogni probabilità non è esattamente la filosofia che anima il gruppo, ma Garicano ha spiegato che il nome è stato scelto anche per via dello scorrere fluido del fiume, il Reno in questo caso. Accelerazionisti o meno, quelli del Rhine Group chiedono di accelerare, per spezzare la stagnazione.