La paziente Agricole. Se la mossa di Lovaglio andasse in porto, il dominus sarà francese

Nel caso in cui l'operazione di Mps su Bpm e Banca Generali si dovesse fare, l’azionista numero uno del nuovo terzo polo bancario sarebbe l'istituto francese con una quota stimata al 15 per cento, ma pronto a crescere, così come ha sempre fatto in patria e in terra italiana. Lunga storia istruttiva

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Foto LaPresse

Se l’intricata operazione Lovaglio andrà in porto, se conterà davvero il mercato, se non ci saranno sgambetti politici e diktat tipo golden power (“e sottolineo se”, canterebbe Mina) l’azionista numero uno del nuovo terzo polo bancario sarà il Crédit Agricole con una quota che potrebbe essere stimata al 15 per cento, ma pronto a crescere, così come ha sempre fatto in patria e in terra italiana. Un economista e banchiere di lungo corso che non vuole apparire per evitare conflitti d’interesse (anche se non è direttamente coinvolto) durante tutto questo infinito risiko italiano ha sempre invitato noi giornalisti appassionati di giochi di potere e manovre dietro le quinte, a guardare ai fondamentali. Più fondamentale di tutti è il capitale e di capitale traboccano le cooperative le quali non sono costrette a distribuire grandi utili (quando non li distribuiscono affatto) e garantiscono stabilità nella plancia di comando. Il loro è un capitale paziente, così è cresciuto anche l’Agricole allargandosi ai mestieri più redditizi come la gestione dei patrimoni.
Insieme alla Société Générale ha fondato Amundi, il più grande gestore europeo, mentre il gruppo delle banche popolari nato dalla crisi del 2006-2008 ha dato vita a Natixis. L’Agricole è la terza banca in Europa per attivi patrimoniali dopo BNP e HSBC, secondo S&P Global Market (Intesa e Unicredit sono al tredicesimo e quattordicesimo posto), più indietro per capitalizzazione di Borsa con circa 58 miliardi di euro la metà circa di Unicredit e Intesa (Mps attualmente è a 35 miliardi). La sua fondazione risale alla seconda metà dell’Ottocento come insieme di casse mutualistiche diffuse nel territorio per il piccolo credito ai contadini. Alla svolta del Novecento si struttura in una complessa piramide che regge ancor oggi, nonostante sia stata semplificata: alla base ci sono 2.447 casse locali, poi 39 casse regionali attraverso la holding Rue de la Boétie detengono la maggioranza della società per azioni Crédit Agricole S.A. quotata a Parigi dal 2001.
L’anno chiave del suo sbarco al di qua delle Alpi è il 1989, quando la banca viene invitata da Giovanni Bazoli a fare da “cavaliere bianco”. Sono i tempi della finanzia cattolica contro la finanza laica e l’avvocato bresciano chiamato a far rinascere dalle ceneri il Banco Ambrosiano polverizzato da Roberto Calvi, trova sul suo cammino Enrico Cuccia il quale, attraverso la finanziaria Gemina, vuol portare il Nuovo Banco nella Comit, quindi nell’area Mediobanca. Anche allora avviene uno scambio e l’Agricole diventa azionista prima con un piccolo pacchetto che via via aumenta, come da tradizione, fino al 30 per cento. Il secondo aiuto avviene dieci anni dopo quando Bazoli strappa la Comit a un più che novantenne Cuccia.
Nel 2007 quella che ormai era diventata Banca Intesa si fonde con il Sanpaolo di Torino, per ottenere il via libera Bazoli cede la Cassa di risparmio di Parma alla banca francese azionista rilevante di Intesa con il 18 per cento del capitale. Da lì comincia la nuova vita italiana dell’Agricole che cresce grazie ad acquisizioni tutte nella parte più ricca dello stivale (dal Friuli alla Romagna, dalla Valtellina a La Spezia) e a una capacità di essere presente in un ampio ventaglio di mestieri finanziari e bancari. Il capitale paziente del mondo cooperativo è anche un capitale diffuso nel territorio, abituato quindi a entrare in relazione diretta non solo con le esigenze locali, ma con la politica dalla base al centro. In questi due anni ormai di terremoti bancari, con l’Agricole sempre pazientemente in attesa, ma sempre pronto a crescere (ha quasi il 30 per cento della Bpm), nei suoi confronti non si è scatenata la bizzarra xenofobia leghista: l’Unicredit banca italiana considerata straniera, l’Agricole banca straniera considerata italiana.
La partita aperta in risposta all’opas di Intesa su Mps è estremamente ambiziosa e molto complicata. Forse per l’influsso dell’idealismo napoletano, Luigi Lovaglio non segue la via più diretta, come insegnava Guglielmo di Occam, ma la più tortuosa. Il nuovo aggregato dovrebbe tenere insieme Mps (in cabina di regia), Mediobanca che fa un altro mestiere e ha un’altra cultura d’impresa, Banca Generali e soprattutto Bpm una grande banca al dettaglio che vale 25 miliardi in borsa. Si parla di un gruppo da 80 miliardi di euro guidato da chi ne vale meno della metà. E gli investitori si chiedono se è realistico pensare che non aumentino i debiti e sia davvero possibile distribuire gli utili annunciati. Mentre c’è chi evoca lo spettro di vent’anni fa quando Mps per non stare fuori dai grandi giochi si prese l’Antonveneta senza averne le risorse. La storia non si ripete, la hybris sì.