L’incrocio tra i movimenti delle banche e quelli della politica è tornato nelle ultime ore ad accendere la fantasia di molti osservatori. Ieri Repubblica ha sostenuto una tesi tanto precisa quanto spericolata:
Meloni sarebbe d’accordo con Lovaglio per evitare sia che Intesa Sanpaolo possa avere troppo potere nel risiko sia che il Pd possa costruire la propria campagna elettorale in Toscana facendo leva sullo spezzatino di Mps. La seconda questione è certamente reale: in Fratelli d’Italia questa possibilità preoccupa (la stessa Giorgia Meloni, qualche giorno fa, ha fatto sapere di augurarsi che la banca più antica del mondo non venga smembrata e continui ad esistere, cosa diversa però da volersi schierare contro l’operazione di Intesa). La prima tesi è invece più fragile. E non perché nel governo manchi chi sogna per Mps alternative diverse, come il capo di gabinetto di Giorgia Meloni, Gaetano Caputi, vicino a Vittorio Grilli, presidente di Mediobanca, a sua volta vicino a Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps. Ma perché, in questo secondo tempo del risiko bancario,
il mercato è infinitamente più forte della politica. E, per quanto numerosi possano essere gli obiettivi del governo – nel caso specifico, l’agenda di Caputi non coincide con quella di Meloni: secondo quanto risulta al Foglio, Messina ha mosso le sue pedine su Mps dopo averle condivise con la presidente del Consiglio –
la politica non dispone di strumenti sufficienti per imporsi sul mercato. Nel corso del tempo, i vari soggetti politici che, dal governo, hanno lavorato e tifato per raggiungere alcuni risultati hanno scoperto un paradosso mica male: più la politica rinuncia a costruire a tavolino la banca che desidera, più il mercato può consegnarle una soluzione vicina ai suoi obiettivi. Il ministro dell’Economia, com’è noto, sogna da anni un terzo polo bancario italiano e, dopo aver agito in ogni modo per favorirlo, si ritrova ora di fronte a un curioso scenario. Il soggetto che potrebbe aiutare la politica a ridimensionare il peso francese in Banco Bpm è proprio la banca che
la politica ha osteggiato a lungo: UniCredit.