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Capire il nuovo risiko bancario con la spericolata agenda Giorgetti
Il sogno di Intesa in Generali, le mosse su Delfin, gli occhi su Bpm. Gli attori che possono scompaginare gli equilibri e qualche domanda sul futuro
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23 APR 26

Foto ANSA
Chi porta i popcorn? Nel nuovo appassionante capitolo del risiko bancario, culminato la scorsa settimana con la vittoria a Siena di Luigi Lovaglio, c’è una figura che più delle altre merita di essere messa sotto osservazione e che, pur nella sua teorica neutralità, ha dato un contributo prezioso per spostare verso Milano il baricentro delle scelte che contano sul futuro della finanza italiana. La figura in questione, neanche a dirlo, si chiama Giancarlo Giorgetti, nella vita fa il ministro dell’Economia, ha una passione antica per le banche e, come un pollicino della politica, ha lasciato sul terreno di gioco alcune tracce preziose che ci permettono di ragionare attorno a quello che sarà il tentativo che metterà in campo il ministro da qui alla fine della sua esperienza a Via XX Settembre. Una sorta di whatever it takes, per così dire, per rendere possibile un sogno nel cassetto chiamato Terzo polo. La stella fissa del firmamento di Giorgetti si chiama Banco Bpm e alla guida del Banco si trova Giuseppe Castagna che con il ministro dell’Economia ha un rapporto speciale. Giorgetti, nel novembre 2024, ha provato a favorire un avvicinamento tra Mps, partecipata dal Mef, e Banco Bpm, quando il Tesoro, era il 13 novembre 2024, decise di mettere in vendita il 15 per cento di Mps e quando Banco Bpm ne prese il 5 per cento. Undici giorni dopo, ecco il primo ostacolo per Giorgetti, nel suo grande disegno. Un ostacolo che si chiama Unicredit. E’ il 25 novembre e la banca guidata dal romano Andrea Orcel lancia un’offerta pubblica di scambio proprio su Banco Bpm.
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L’attenzione del Mef, rispetto alla partita del Terzo polo, si sdoppia ma la volontà è sempre la stessa: far sì che, in un modo o in un altro, Banco Bpm possa essere il cuore di un nuovo più grande polo del futuro. Da una parte, il Mef inizia una battaglia senza quartiere contro Unicredit, a colpi di golden power. Giorgetti prima rende quasi impraticabile la partita di Unicredit, costretta ad abbandonare il campo. Dall’altra parte, il Mef sostiene il tentativo di Luigi Lovaglio e dei grandi azionisti di Mps, tra cui Delfin (gli eredi Del Vecchio e Francesco Milleri) e Francesco Gaetano Caltagirone, di muovere le pedine verso Mediobanca, fino alla sua conquista finale. La costruzione di un Terzo polo attraverso Banco Bpm lascia spazio al tentativo di creare un Terzo polo attraverso Mps. Ma le strade di Bpm, Mps e Giorgetti si incrociano nuovamente sette giorni fa. Il Mef, in occasione della scelta del nuovo amministratore delegato di Mps, sceglie di non partecipare al voto per il rinnovo dei vertici di Monte dei Paschi. La banca però più vicina a Giorgetti, ovvero Bpm, all’ultimo istante fa una scelta di campo e decide, come fatto anche da Delfin, di sostenere Lovaglio come amministratore delegato. La scelta non è solo formale ma è sostanziale e i numeri ci dicono che senza i voti di Banco Bpm Lovaglio non avrebbe vinto. La neutralità a metà mostrata dal Mef sulla de-romanizzazione di Mps ha colto di sorpresa Palazzo Chigi (Giorgia Meloni e Giovanbattista Fazzolari, non Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni, molto legato a sua volta a Vittorio Grilli, presidente di Mediobanca e deus ex machina della candidatura di Luigi Lovaglio).
E la neutralità a metà mostrata dal Mef su Mps ha permesso agli osservatori di aggiungere altri tasselli per comporre un mosaico più grande: la volontà da parte di Giorgetti di costruire un Terzo polo bancario in grado di partire da Siena ma ideato per fare perno non su Roma, e su Francesco Gaetano Caltagirone, ma su Milano. Funzionerà? Nel disegno di Giorgetti il passo successivo per concretizzare questo scenario passa da due mosse ulteriori: avvicinare ancora di più Bpm a Mps e offrire altre opportunità in Italia agli azionisti francesi di Bpm, ovvero Crédit Agricole. Sul primo punto la Borsa, da giorni, sembra scommettere sullo scenario già abbozzato nel 2024 dallo stesso Mef: sostenere il progressivo avvicinamento tra Mps e Bpm, con una fusione, un’Ops o una forma di integrazione da individuare, con Mps come perno, Banco Bpm come partner industriale, Mediobanca come asset strategico, il Tesoro come regista laterale. Si torna al punto di partenza: un Terzo polo non solo con Mps e Bpm ma anche con Mediobanca e con il gigante che Mediobanca ha in pancia ovvero Generali. Nel disegno di Giorgetti, disegno difficile da realizzare ma interessante da inquadrare, ci sono due variabili importanti da considerare. La prima variabile si chiama Crédit Agricole. La seconda variabile si chiama Delfin. Crédit Agricole è un’importante banca francese diventata primo azionista di Banco Bpm e che ha ricevuto a inizio anno il permesso da parte della Bce di salire fino al 20 per cento di Bpm. Il rapporto con gli attori della finanza francese è storicamente complicato per i governi di centrodestra ma nonostante questo Crédit Agricole ha costruito un rapporto solido e di fiducia con il Tesoro (lo stesso non si può dire per Unicredit e Andrea Orcel).
Nonostante il rapporto cordiale, Giorgetti vorrebbe evitare che le leve del Terzo polo bancario, dopo averle allontanate da Roma, possano essere avvicinate a Parigi. E il piano del ministro, per evitare di avere un Terzo polo bancario a trazione francese, è questo: incoraggiare Crédit Agricole ad avvicinarsi alla Banca del Mezzogiorno, che Mediocredito Centrale (controllata dal Mef) ha messo sul mercato (Crédit Agricole, a quanto risulta al Foglio, ha fatto arrivare una proposta a Mediocredito Centrale). In questo quadro, Crédit Agricole potrebbe ricevere un sostegno nell’operazione da parte di Banco Bpm (che ha smentito di essere interessata alla partita pugliese). E l’idea dell’operazione è questa: aiutare i francesi a costruire un grande polo nel centro e sud Italia che possa aiutare la finanza milanese ad avere controllo pieno sul Terzo polo del futuro. Le mosse sono ambiziose, complicate forse da realizzare, ma sono mosse che devono essere lette anche alla luce di un altro desiderio di Giorgetti che si lega a un’eventualità cruciale e tutt’altro che remota: la possibile fuoriuscita di Delfin dalle grandi partecipazioni italiane che oggi ha in pancia (Mediobanca, Generali, Mps). Nei sogni di Giorgetti, a prendere il posto di Delfin in Generali, qualora dovesse emergere questa opportunità, non dovrebbe essere Unicredit, di cui Giorgetti non si fida (anche Unicredit ha iniziato a lanciare segnali di pace al Mef, facendo sapere di essere pronta a rinunciare al ricorso al Tar fatto contro il Mef a seguito del golden power usato dal governo contro Unicredit su Bpm) ma dovrebbe essere Intesa Sanpaolo, guidata da Carlo Messina, da mesi osservata dal mercato con interesse rispetto alle sue possibili strategie future (Messina ha finora sempre smentito l’interesse per operazioni in Italia). Giorgetti vorrebbe un’Intesa più presente in Generali, qualora dovesse manifestarsi la necessità, ma la vorrebbe presente anche nel caso in cui Delfin dovesse accelerare la vendita delle sue quote in Mps (con un valore di circa cinque miliardi), per evitare che il 17,5 per cento che ha Delfin in Mps possa far gola a quelli che il Mef considera i veri guastatori del Terzo polo: Unicredit. A Giorgetti non deve essere sfuggito che Leonardo Del Vecchio Jr (che ha una partecipazione piccola in Unicredit: 2,7 per cento) ha ricevuto il finanziamento più importante per acquistare le quote dei fratelli Paolo e Luca proprio da Unicredit (le altre banche che hanno fatto credito per un anno a Ldv sono Bnp e Crédit Agricole, per un finanziamento da circa 10 miliardi, con 500 milioni di interessi da pagare in un anno). E il sospetto che Delfin possa vendere la sua quota in Mps a Unicredit è più che fondato anche se al momento è solo una speculazione. Giorgetti però ha imparato sulla sua pelle che quando la politica prova a dare un indirizzo al Terzo polo di solito il mercato risponde muovendo le sue pedine. E attorno a Banco Bpm, boccone prelibato per tutti, ci sono altri movimenti che andranno scrutati all’orizzonte.
E’ davvero impensabile, per dire, che un’altra banca solida come Bper possa tentare di creare un Terzo polo lanciando un’Ops su Bpm? Bper è più piccola di Bpm ma il precedente del Monte dei Paschi di Siena, che ha conquistato una Mediobanca più grande di Mps come capitalizzazione, suggerisce che, nel nuovo risiko bancario, la dimensione non è più un tabù. E ancora è davvero impensabile che un domani possa nascere un asse tra Intesa Sanpaolo e la famiglia Caltagirone per valutare opzioni di crescita proprio attraverso Bpm? L’esplosione del sistema che si è andata a manifestare a Siena, con la vittoria a sorpresa di Luigi Lovaglio, non è la fine di un percorso, ma è l’inizio di un nuovo grande risiko al centro del quale vi sarà il futuro della famiglia Del Vecchio. Al centro del quale vi sarà il tentativo di spostare più a nord l’asse delle decisioni portanti della finanza. E al centro del quale, fino a che il governo Meloni andrà avanti, dunque non moltissimo, vi sarà la volontà da parte di Giorgetti di mettere in campo un whatever it takes finale per fissare le basi minime per avere un Terzo polo bancario costruito attorno a Bpm. La politica, in questi anni di governo Meloni, ha cercato di muovere diverse pedine nella partita finanziaria (e lo stesso ha fatto anche il mondo della magistratura, che nella partita di Siena, grazie alle accuse tutte da verificare di concerto, ha spinto uno degli indagati, ovvero l’ad di Delfin, a compiere delle scelte che forse non avrebbe fatto se non ci fosse stata un’indagine di mezzo). Ma il paradosso di questi anni di governo è che l’interventismo della politica ha inaspettatamente rivitalizzato il mercato (negli ultimi tre anni, più o meno da quando è cominciato il risiko, Intesa Sanpaolo ha guadagnato il 129 per cento, Unicredit il 249,4 per cento, Banco Bpm il 200,2 per cento, Bper il 340,5 per cento, Mps il 302 per cento). E quando il mercato si rivitalizza non è detto che la politica riesca a raggiungere i suoi obiettivi. L’agenda è lì, la direzione è chiara, la visione della politica è sotto gli occhi di tutti. Ma pensare che l’esplosione del sistema a Siena sia la fine del risiko significa non aver capito che il meglio forse deve ancora venire. Chi porta i popcorn?
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.