I numeri che ricordano quanto sia in salita il piano B di Lovaglio

L'ad di Mps, pur essendo convinto che l’unione con Bpm sia la strada migliore per preservare l’integrità di Siena, non arriverebbe al punto di mettere la firma sotto una proposta alternativa a Intesa che non abbia chance di successo. Intanto il puzzle resta incompleto

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Foto LaPresse

Mancano pochi giorni ai consigli di amministrazione di Siena e di Banco Bpm – si terranno, rispettivamente, il 6 e il 5 agosto per i conti – e un piccolo esercito di advisor e consulenti legali lavora alacremente nella calura milanese per cercare di far quadrare i valori di un’offerta concorrente a quella messa sul tavolo da Intesa Sanpaolo. Ma si suda negli uffici nonostante l’aria condizionata a palla e l’ipotesi di un cda straordinario già per questo week end appare ottimista. Convincere soprattutto i fondi di investimento (in Mps rappresentano circa il 60 per cento) che possono guadagnare di più da un matrimonio tra le due banche piuttosto che consegnare le azioni a Intesa si sta rivelando una sfida complicata. Come ha scritto il direttore Cerasa sul Foglio di ieri, il mercato ha messo la politica in tribuna, rinunciando al protagonismo che ha caratterizzato parte della prima edizione del risiko bancario. Ma quando la parola passa al mercato, quello che conta sono i numeri.
I fondi non ragionano come, anche giustamente fa, il sindaco di Siena, e lo smembramento del Monte è visto come un passaggio inevitabile per agguantare il premio di Intesa. Il tema del prezzo, infatti, si pone oggi in maniera molto più pressante rispetto alla scorsa estate, quando l’assalto a Mps a Mediobanca era benedetto da Palazzo Chigi. Luigi Lovaglio, ad di Mps, ha lavorato bene potendo contare sul sostegno del governo Meloni, è ritornato in auge grazie anche alla riconoscenza del ministro Giancarlo Giorgetti per avere risanato la ex banca pubblica, e in questa nuova fase deve, però, dimostrare che senza tutto questo riuscirà a contrastare l’avanzata di una grande banca come Intesa Sanpaolo. Deve farsi scivolare addosso pareri di analisti indipendenti come Equita secondo i quali, rispetto all'operazione promossa da Intesa – che presenta una struttura industriale già definita, maggiore visibilità sul valore e minori rischi di esecuzione – l’ipotesi Mps-Banco Bpm “resterebbe subordinata a numerosi passaggi ancora incerti, dall'accordo tra gli azionisti di riferimento ai via libera regolamentari e alla definizione della governance”. Ma soprattutto il consiglio di Mps dovrà potere approvare una controproposta che abbia le caratteristiche per allettare i soci più di quanto non abbia fatto l’opas della banca guidata da Carlo Messina e più di quanto questa sia ancora in grado di fare.
Lo stesso Lovaglio, secondo quanto riferito al Foglio da fonti finanziarie, pur essendo convinto che l’unione con Bpm sia la strada migliore per preservare l’integrità di Siena, non arriverebbe al punto di mettere la firma sotto una proposta alternativa che non abbia chance di successo. I prossimi giorni saranno decisivi. Vero è che l’offerta di Intesa dovrebbe partire a novembre, ma Messina ha convocato già per i primi di settembre l’assemblea dei soci per farsi approvare l’aumento di capitale necessario a finanziare l’operazione in tandem con Bper-Unipol. E il Mef dovrebbe in tempi brevi collocare la sua quota residua in Mps (4,8 per cento) attraverso un’Abb proprio per evitare l’imbarazzo della scelta tra aderire all’offerta di Intesa oppure tenersi le azioni che equivarrebbe a una bocciatura governativa dell’operazione. E a chi andrà la quota del Mef è un’altra variabile sulla scena. Ma cosa manca esattamente al Monte per mettere in piedi un’offerta che sia credibile per il mercato? L’ipotesi intorno alla quale si sta lavorando è la distribuzione di un dividendo straordinario ai soci di Mps utilizzando il capitale in eccesso della banca, circa 3 miliardi per pareggiare il premio cash offerto da Intesa. Ma questa è solo una componente dei valori sul tavolo per arrivare a definire un merger tra Mps e Banco Bpm che proprio tra “equals” non è visto che la prima banca vale in Borsa 12-14 miliardi in più della seconda il che pone un problema di rapporti di concambio in un progetto di fusione.
Una possibilità sarebbe vendere la quota del 13 per cento detenuta da Mps in Generali per ottenere le risorse necessarie anche per la contropartita da offrire alla francese Crédit Agricole, che di fatto controlla la banca milanese. Ma in questa fase equivarrebbe a destabilizzare l’assetto della compagnia assicurativa, cosa che anche a Roma non verrebbe vista di buon occhio. Mancano, insomma, altri pezzi del puzzle mentre sembra da escludersi l’ipotesi che sia Mps a lanciare un’offerta su Bpm visto che si trova in passivity rule e che la mossa faticherebbe ad essere approvata dall’assemblea senese. Il tempo stringe e la strada del mercato per Lovaglio si presenta in salita.