La soporifera stabilità offerta negli ultimi quattro anni dal governo Meloni ha sottratto a molti osservatori un classico dei format giornalistici italiani: il racconto dei giochi di palazzo, dei banchi che saltano, dei colpi di scena, dei ribaltoni, delle mosse improvvise della politica. Ad aver allietato in questi anni i retroscenisti disorientati e anche alcuni lettori annoiati ci hanno pensato le banche italiane che ormai da anni, in quanto a colpi di scena, ribaltoni, mosse improvvise, grandi e piccole epopee, non sono seconde ai vecchi giochi della politica, ai bei tempi dei governi instabili che tante soddisfazioni offrivano ai cronisti. L’epopea più interessante che riguarda il mondo delle banche è quella che ha a che fare con il rimescolamento delle banche e negli ultimi giorni le cronache ci hanno offerto nuovo materiale, esplicito e implicito, per ragionare intorno all’Odissea del risiko bancario. Quello che sappiamo è che tra la fine di settembre e l’autunno partirà l’offerta pubblica di acquisto e scambio, l’Opas, lanciata da Intesa Sanpaolo su Monte dei Paschi di Siena, sedici azioni Intesa ogni dieci azioni Mps più un euro in contanti per ciascuna azione Mps, offerta che prevede l’acquisizione di Mps, compresa la sua quota di controllo di Mediobanca, e che in caso di successo dell’operazione darebbe la possibilità a Intesa Sanpaolo di diventare, attraverso la partecipazione che ha Mediobanca in Generali, il primo azionista del Leone di Trieste.
L’offerta di Intesa Sanpaolo appare difficile da contrastare, ma da giorni ci sono due manager importanti che stanno cercando di offrire all’assemblea dei soci di Mps un’alternativa. I due manager sono l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, e l’amministratore delegato di Banco Bpm, Giuseppe Castagna, che prima della partenza dell’operazione di Intesa Sanpaolo faranno una mossa. Un merger? Un accordo? Un’acquisizione? Bpm ha già proposto ufficialmente un merger of equals, indicando oltre 1,1 miliardi di sinergie annue e almeno 5,5 miliardi di creazione di valore. Secondo alcuni osservatori, l’unica mossa che potrebbe creare una forma di concorrenza all’altezza della sfida per l’assemblea di Mps è quella che vedrebbe non un semplice accordo, ma un’offerta pubblica di scambio di Mps su Bpm (resterebbe il tema dell’eventuale componente di cassa, una leva in più per convincere gli azionisti). Difficile dire come finirà la partita (una fusione o un’offerta in azioni dovrebbe passare dall’assemblea straordinaria, mentre sull’Opas di Intesa ogni azionista deciderà individualmente se aderire, e fino a che non sarà chiaro a cosa stanno lavorando Lovaglio e Castagna non sarà possibile capire quanto può essere solida l’alternativa all’offerta di Intesa). E’ più semplice provare a tirare un filo del risiko bancario per come si è andato a sviluppare negli ultimi anni, offrendo anche qualche notizia su alcune mosse future e probabilmente inevitabili. Si è detto e scritto e raccontato che nell’Italia del sovranismo applicato al mondo bancario la politica ha svolto un ruolo particolarmente invasivo muovendo le proprie pedine in modo decisivo, devastante, irreversibile. Quello che vediamo dopo due anni e passa di risiko bancario è che più si va avanti e meno la politica mostra di avere vere leve per contare.
Il Mef, che ha una quota del 4,86 per cento in Mps, ha annunciato che entro il prossimo anno sarà fuori da ogni partecipazione bancaria e secondo quanto risulta al Foglio l’uscita del Mef da Mps potrebbe arrivare già ad agosto, per evitare di dover scegliere se aderire all’Opas, restare azionista di Mps o ricevere azioni Intesa. La formula che dovrebbe essere scelta è il cosiddetto accelerated bookbuilding, con un limite informale alle singole assegnazioni: nessun investitore sopra l’1 per cento e pacchetti tendenzialmente intorno allo 0,3 per cento. Il Mef, come è noto, avrebbe voluto costruire un terzo polo bancario attorno a Bpm e Mps, per avere un terzo polo genuinamente italiano, e per quanto Lovaglio e Castagna vogliano andare in quella direzione, potranno riuscire nel loro intento solo puntando su un’alternativa concorrenziale rispetto all’offerta di Intesa: conterà solo il mercato, non la politica. La prospettiva di un terzo polo squisitamente italiano, inoltre, non sembra avere al momento le caratteristiche sognate dalla politica, considerando la galoppata di Crédit Agricole in Bpm, oggi al 29,3 per cento. Nel caso di operazione tra Mps e Bpm, la quota di Crédit Agricole sarebbe diluita meccanicamente dall’emissione di nuove azioni, mentre le eventuali compensazioni riguarderebbero la governance o gli accordi commerciali. E per di più la politica, e il Mef in particolare, è dovuta tornare sui suoi passi anche laddove aveva utilizzato i suoi poteri: tra il 2024 e il 2025 Giorgetti pose dei paletti severi contro Unicredit, quando Unicredit voleva comprare Bpm. Quei paletti fecero saltare l’offerta di Unicredit, dimostrando che la politica conserva il potere di impedire, non quello di costruire l’alternativa desiderata, spingendo Unicredit a occuparsi di altri lidi, come quelli tedeschi, dove al momento anche lì la politica sembra essere stata sconfitta.
In Commerzbank, dove Unicredit è ormai intorno al 48 per cento, un pacchetto di minoranza importante lo ha anche il governo tedesco, che dopo aver provato a rendere la vita impossibile a Unicredit ha dovuto prendere atto della forza del mercato, pur continuando a difendere la sede e l’occupazione tedesche. Oggi però il Mef è tornato a bussare alla porta di Unicredit per valutare un ritorno di fiamma su Bpm, notizia anticipata mesi fa dal Foglio e confermata da fonti qualificate del governo, e a differenza di due anni fa la politica ha scelto di agire sul mercato non per addizione, aggiungendo cioè paletti, ma per sottrazione, promettendo di non fare nulla più di quanto già fatto nel passato, con sollievo dalle parti di Piazza Gae Aulenti. La politica che avrebbe dovuto dettare i tempi del risiko bancario, alla fine dei giochi si ritrova in campo più come tifosa che come player: Giorgetti tifa per dare più centralità a Bpm, Meloni tifa per l’operazione di Intesa Sanpaolo. Si ritrova all’interno di uno scenario che non corrisponde esattamente ai suoi desiderata, con un quarto polo con i francesi molto forti, un terzo polo destinato a essere inglobato dentro il mondo delle cooperative rosse, cioè Bper-Unipol, che nell’operazione Intesa riceverebbe circa 635 filiali Mps, il marchio della banca senese e le relative strutture centrali, con un secondo polo che senza l’operazione su Bpm potrebbe ritrovarsi con Unicredit sempre più proiettata sulla Germania, senza che sia oggi scontato alcun trasferimento della sede legale. E con un obiettivo per il futuro, che si chiama Generali, in cui la politica più che giocare come player può sperare di raggiungere i risultati auspicati.
Oggi Mediobanca-Mps ha il 13,32 per cento di Generali, Delfin il 10,15, Unicredit l’8,80, Caltagirone il 6,32 e Intesa il 3,13: se Intesa acquistasse Mps e mantenesse Mediobanca, la sua esposizione diretta e indiretta salirebbe aritmeticamente intorno al 16,45 per cento. E il risultato auspicato, almeno da una parte della politica, è che nelle Generali del futuro ci possa essere un equilibrio tra il primo azionista (Mediobanca-Mps e dunque probabilmente Intesa), il secondo azionista (Delfin), il terzo azionista (Unicredit, pronta a crescere se crescesse il primo azionista), e il quarto azionista, Caltagirone, che pur avendo ricevuto un graffio nella partita di Mps resta centrale nelle prossime mosse, da Mps a Mediobanca. La speranza della politica, di Palazzo Chigi e del Mef, è che almeno in Generali i suoi desiderata possano avverarsi, per avere una public company con tanti azionisti e senza un azionista di controllo. Dire come finirà il risiko bancario è difficile, forse impossibile. Dire che le banche italiane grazie al risiko bancario hanno mostrato la propria forza, la propria vitalità, la propria ambizione è invece un dato di fatto che indica una spia interessante per il nostro paese. Alla fine del 2025 il Roe medio delle banche italiane (il Roe è un indice che misura quanto profitto una banca produce rispetto al capitale investito dai suoi azionisti) era salito al 13,8 per cento, dal 12,7 dell’anno precedente, con i crediti deteriorati netti scesi all’1,3 per cento dei finanziamenti. Avere un paese con banche forti non è un segno di ingiustizia sociale crescente, “dagli al banchiere”, ma è un segno di forza, di vitalità, di vivacità. E avere un paese in cui il mercato è così forte da mettere ogni tanto la politica fuori dai giochi è una notizia che permette di essere ottimisti sul futuro dell’epopea del risiko bancario, che comunque andrà, non potrà non finire così: è il mercato, bellezza.