Consob certifica il boom azionario trainato dal risiko bancario. Parla Caselli, direttore Sda Bocconi

Fusioni e scalate hanno portato la capitalizzazione oltre 1.200 miliardi, con il Ftse Mib ai vertici europei. Gli investitori premiano il settore finanziario, mentre Pil e nuove quotazioni non tengono il passo. Il paradosso dell'Italia che cresce

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Una persona fotografa Palazzo Mezzanotte, l'edificio che ospita la Borsa Valori di Milano in piazza degli Affari (Ansa/Daniel Dal Zennaro)

Che il risiko bancario avesse fatto lievitare il valore della Borsa si era capito. Grazie al rapporto Consob, presentato lunedì, ora si sa esattamente di quanto e sono numeri da capogiro che, come spiega al Foglio Stefano Caselli, direttore della Sda Bocconi e già membro del comitato di coordinamento del Mef per la riforma del Testo unico della finanza, “fanno dell’Italia un caso da studiare su cosa succede quando sui mercati si crea un eccesso di liquidità”. Cosa è successo? “Molti investitori nazionali e internazionali con le tasche piene hanno prediletto le banche italiane, risanate, solide e intraprendenti”. E, infatti, risulta che il 70 per cento dell’incredibile crescita dei valori dell’ultimo anno e mezzo è dovuta ai titoli finanziari, banche e assicurazioni. Solo il restante 30 per cento è attribuibile ad altri settori, compresi energia e difesa. Ma veniamo ai dati. A fine 2025, la capitalizzazione del mercato azionario italiano, al secolo Euronext Milan, era di 1042 miliardi, 200 miliardi in più rispetto al 2024. Una crescita eclatante ma che avrebbe riservato ancora sorprese. E difatti, al 30 giugno 2026, la capitalizzazione è arrivata a 1209 miliardi, che vuol dire che in soli sei mesi è aumentata quanto tutto l’anno precedente. Insomma, in un anno e mezzo, il risiko ha fatto crescere Piazza Affari di 400 miliardi. Un boom senza precedenti se si considera che il valore della Borsa è passato da 660 miliardi nel 2019 a 824 miliardi nel 2024, cioè è aumentato di soli 164 miliardi nell’arco di ben sei anni attraversando alti e bassi tra pandemia e guerra russo-ucraina. Invece, la recente corsa, come si legge nella relazione della Consob, si è verificata nonostante le tensioni geopolitiche e nonostante le società continuino ad abbandonare la Borsa portando via capitalizzazione. “Tanti fondi erano già presenti sul mercato italiano, ma altri si sono affacciati – prosegue Caselli – attratti dalla prospettiva che diversi istituti di credito intendevano investire risorse in fusioni e acquisizioni in un contesto in cui anche la narrativa pubblica sul ruolo dei mercati finanziari stava finalmente diventando più favorevole nel nostro paese rispetto al clima di diffidenza che c’è sempre stato. Per loro, era un’occasione da non perdere”. Insomma, quando nel 2025 sono state promosse sette offerte pubbliche di acquisto e/o scambio da parte di importanti banche italiane, ai fondi non è sembrato vero poter guadagnare anche sull’onda delle aspettative che queste operazioni hanno generato. Aspettative, conti aperti e giochi di potere. Alle sette operazioni dello scorso anno si è aggiunta, quest’anno, l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, che da sola vale oltre 30 miliardi. Così, l’Italia è diventata un caso in Europa. Nel 2025, il Ftse Mib – il principale indice di Piazza Affari – era secondo solo all’indice spagnolo tra i principali benchmark Ue. A fine giugno ha superato l’Ibex 35 di Madrid. E se si considera il trend degli ultimi dieci anni, il Ftse Mib è secondo solo al Dax tedesco in termini di crescita (più 110 per cento contro più 128 per cento). Eppure, in Spagna il pil cresce del 3 per cento mentre quello dell’Italia dello 0,5 per cento e la Germania è pur sempre l’economia europea più forte. Si è creata un’asimmetria tra crescita finanziaria e crescita reale del paese? “Non direi, in rapporto al pil, il valore della Borsa in Italia è ancora molto sotto la media europea. Sono piuttosto le imprese di altri settori che si stanno mostrando troppo refrattarie a cogliere un momento di mercato così favorevole per quotarsi e svilupparsi attraverso la raccolta di capitali”. In effetti, nonostante il boom dei valori, la capitalizzazione del listino milanese raggiunge a malapena il 50 per cento del pil rispetto alla media Ue che è del 71 per cento, per non parlare di Wall Street che vale più del doppio del pil americano. C’è il rischio di una bolla finanziaria a Piazza Affari? “Per il momento non ci sono segnali. Le bolle si intravedono quando gli investitori cominciano a uscire, ma in questo momento non hanno molte alternative per investire la liquidità in eccesso”. Il risiko bancario, però, non ha fatto ricchi solo gli investitori professionisti. Stando a una ricerca della Fabi, l’aumento della ricchezza finanziaria delle famiglie italiane che si registra negli ultimi cinque anni (1600 miliardi in più) è dovuto anche all’andamento dei mercati finanziari che ha contribuito alla valorizzazione delle attività già presenti nei portafogli. “Come impiegare questa ricchezza per far crescere il mercato dei capitali italiano resta una questione aperta anche sul tavolo del governo”, conclude Caselli.